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A volte ritornano: il nipote di Elvis The Pelvis

di Simone Cosimi 

Avevamo bisogno, per iniziare serenamente il sempre più corto fine settimana, di una notizia del genere. Senza, il nostro sabato sera sarebbe stato una merda. Ci serviva qualcosa di grosso (non fraintendete...) che ci gasasse a sufficienza. Un'icona, un simbolo, una riesumazione. Meglio: un'incarnazione postuma. Un novello Lazzaro! Dopo la telenovela Jacko, non poteva che toccare a lui: Elvis The Pelvis.

Per un mito sepolto, azzeccagarbugli, discografici e professionisti dell'orrido (quelli non conoscono week end) cercano di farne rivivere un altro. Come? Molto semplice: attraverso gli eredi. Ne siamo certi, prima o poi capiterà anche ai figli (?) del povero Michael Jackson. Intanto, dopo una femmina inservibile allo scopo, i gran maestri del quattrino facile hanno individuato il modo di resuscitare nientemeno che il re del rock, Elvis Presley: facendo firmare un faraonico contratto al nipote diciassettenne, tale Ben Presley. Frittata è fatta.

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La Universal ha infatti incastrato l'adolescente, figlio della figlia del pelvico pseudo-inventore del rock, la turbolenta Lisa Marie Presley (ricordate? la prima moglie di Jacko, tutto si tiene) offrendogli cinque milioni di dollari per la realizzazione di cinque dischi. Un testone ad album.

Abbiamo già, per migliorare ancor di più il nostro fine settimana, le prime chiacchiere del mocciosetto: "La musica non sarà affatto come quella di Elvis" ha dichiarato il ragazzino, evidentemente un po' confuso ma già al lavoro sul primo dei cinque album "prenotati" dalla major, che dovrebbe uscire l'anno prossimo.

"Si tratta di un tipico diciassettenne – ha spiegato un mestissimo portavoce come stesse piazzando un merluzzo al sempre più nauseabondo mercato del pesce musicale – non si sveglia mai prima di mezzogiorno e poi ti guarda pure male".

Un nostro spigoloso e inarrivabile giornalista, morto ormai otto anni fa e di cui ci sarebbe ancora tanto bisogno per aiutarci a "turare il naso", ebbe a dire, un giorno di qualche decennio fa: "Anche noi italiani dobbiamo qualcosa a Elvis Presley: quella di offrirci una delle rare occasioni in cui preferiamo essere italiani piuttosto che americani". Parola di Indro Montanelli. A cui ci accodiamo umilmente, applicandole all'impubere erede.

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