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Adele - 19

Etichetta: XL - Voto: 7
Brano migliore: Melt My Heart to Stone


Si, è vero, la timbrica di Adele, giovane londinese che intitola il suo debutto con la sua età (compirà vent’anni a maggio), ricorda quello delle grandi voci del passato e se avrete il cuore di prendere questi riferimenti con le dovute pinze posso citare Etta James, Roberta Flack e finanche Ella Fitzgerald sebbene sia più facile che alla maggior parte di voi, ascoltandola, sia venuta in mente in mente per prima Amy Winehouse.

Certo, Amy è più giovane (nonché fresca di Grammy) ma i riferimenti alle grandi vecchie di cui sopra è senz’altro più azzeccato (se vi ricordate le pinze). Rimane il fatto che 19 è un disco assai gradevole, con richiami al passato di carattere citazionista, che lasciano gli arrangiamenti prendere spunto da musica anche più moderna. Non è difficile farsi venire alla mente, in alcuni passaggi, The Style Council ed anche certe virate Soul di The Housemartins oltre, ovviamente alla cara Amy che condivide, per l’appunto, una sfumatura vocale indubbiamente simile a quella di Adele.

Finora non ho fatto che parlare di 19 citando a destra e a manca e questo potrebbe sembrare (e forse è) il limite reale di quest’album ma, se riuscite a superare lo scoglio, talvolta insormontabile, di voler sempre trovare in un disco qualcosa di innovativo, siete pronti per godervi questo piccolo e bizzarro gioiellino. Bizzarro, soprattutto, per il fatto che una poco più che adolescente abbia fatto una scelta così matura, indirizzando i suoi sforzi ad un pubblico sicuramente più maturo di lei.

In effetti, se consideriamo l’età della titolare, è difficile immaginarla fan di un genere così delineato. I suoi riferimenti stilistici sono altissimi e questo non può che farci sperare su una maturazione artistica da non perdere. E se per il momento non ci viene fornito che un dignitoso dischetto fatto di richiami a Stax e Motown, possiamo metterci l’anima in pace e provare a farlo suonare senza chiedere niente di più. E in questo senso 19, tra qualche caduta di stile riscontrabile in un eccesso di seriosità, ha qualche numero davvero formidabile. L’andamento soavemente bluesy di Melt My Heart to Stone, ad esempio, è contagioso.

Se vi fermate ad ascoltare i ghirigori della voce, vi rendete conto anche che questa ragazza è davvero un talento. Di quei talenti che fanno cose incredibili facendole sembrare semplici. Grande dote. Could Shoulder, invece, non torna indietro agli anni 60 e si ferma alla scuola dance della house (di marca britannica) degli 80’s con un momento disorientante quando, nel middel-eight, i riferimenti vanno diretti al doo-woop. Bellissimo anche l’arrangiamento di Best for Last nel quale la voce di Adele è inizialmente sorretta solamente dal contrabbasso per lasciare che il resto dell’accompagnamento (piano e batteria) giunga a contrappuntare solo il ritornello, scomparendo nuovamente nella strofa. E lei canta, con una precisione che lascia esterrefatti.

Le sua capacità di entrare nel pezzo hanno davvero qualcosa di magico. Il fastidioso vezzo di esagerare della grande maggioranza dei cantanti Soul (soprattutto quelli con la pelle bianca), non appartiene alla giovane Adele. Lei non mette mai una nota in più solo per dimostrare la sua bravura e la sua bravura non rimane affatto nascosta facendoci prendere ampi respiri di soddisfazione. E se il suo primo singolo Hometown Glory (che chiude l’album), lasciava un po’ perplessi, sicuramente con l’album la ragazza s’è impegnata per farci ricredere. Missione compiuta.


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