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Afterhours (Songs With Other Strangers) - Live @ Festival di Villa Arconati

Spero ci sia unaltra serata come questa ehm, non esattamente come questa!
Di tutto si può accusare Manuel Agnelli ma non di non essere sempre e comunque onesto. Con queste chiare ed inequivocabili parole, infatti, il leader degli Afterhours ha salutato il nutrito (e nutriente, per le fameliche zanzare) pubblico accorso ad assistere ad una serata senza dubbio storta.

 
Doveva essere un evento per il rock italiano: una band uscita dallunderground che dopo una sfolgorante ascesa arriva a suonare in una splendida villa milanese, invitando sul palco santoni dellintelligencija rock come John Parish e Hugo Race. Invece il supergruppo che ha preceduto lesibizione degli Afterhours, comprendente oltre a questi ultimi anche il sempre ottimo Cesare Basile ed una patinata Marta Collica, ha dimostrato tutti i limiti che un insieme di musicisti messi insieme in pochi giorni è naturale che abbia: un set cupo ed altalentante che coinvolge raramente.

Risultato? Risposta fredda del pubblico che ha riservato allamericanata sul palco il trattamento che spesso tocca ai supporter dei grandi concerti: disinteresse, gente che si alzava ogni due minuti per andare al bar e, verso la fine dello show, chiari segni di insofferenza. Gli unici due boati entusiastici del pubblico, infatti, sono stati riservati ad Agnelli che è salito sul palco per suonare con i suoi ospiti Tutto fa un po male e per Marta Collica che annunciava limminente ultima canzone della combriccola di ospiti.
 
Tuttaltra accoglienza ricevono gli Afterhours che salgono finalmente sul palco verso le undici per quello che le note della Mescal annunciano come un grande appuntamento allinsegna dellatmosfera: musica lenta e anime dilaniate.
Partenza col botto, con Agnelli al piano che attacca una bellissima Rapace, seguita da La Canzone di Marinella di De Andrè come già lavevamo sentita al concerto del primo maggio a Roma. Segue la prima di una lunga serie di cover: Gioia e rivoluzione degli Area, alla fine della quale Agnelli (secondo una consuetudine tutta sua che ha alimentato più di una leggenda metropolitana) si alza dal pianoforte e attraversa tutto il palco palesemente irritato per andare a cazziàre i tecnici per un fastidioso feedback che lo torturerà per tutto lo show.

Brusìo e risate tra il pubblico, subito zittite dalla classe del nostro che attacca una versione da brividi di Quello che non cè che ci ricorda subito che il capriccioso signore sul palco è sempre e comunque la penna più ispirata del rock italiano degli ultimi dieci anni. Alla chitarra acustica cè anche lo spettinato Marco Parente che con Agnelli piazza un uno-due di classe con la sua Cuore distillato e By This River di Brian Eno.
 
Lo show continua sbilenco con frequenti cambi di line-up sul palco che spezzano il ritmo, un palpabile nervosismo dovuto ai problemi di acustica che Manuel non fa niente per nascondere, ed un pubblico che non sembra a proprio agio in quella nobile cornice e persino durante il concerto dei propri eroi continua ad alzarsi e vagare in cerca di birra. 

Seguono altre cover di lusso (The Bed di Lou Reed e State Trooper di Springsteen), ma a scaldare di più il pubblico sono gli episodi in cui gli Afterhours fanno gli Afterhours: Oceano di gomma, 1996, Voglio una pelle splendida, Simbiosi e soprattutto i due momenti in cui Manuel, da perfetto mattatore, si presenta in solitaria davanti al pubblico con la sua Les Paul fiammante eseguendo una lenta e stravolta Non sono immaginario (cantata in gran parte del pubblico, i due minuti più toccanti della serata) e La gente sta male. Finale con Il mio ruolo.
 
Alla fine lasciamo la villa e le zanzare con lamaro in bocca per una serata che avrebbe potuto essere speciale, ma che per un motivo o per un altro non è mai riuscita a decollare del tutto. Un passo forse troppo lungo per una gamba, e ahimè un pubblico, non ancora pronti.
 
 
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