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Angelique Kidjo - Djin Djin

Etichetta: EMI - Voto: 6.9/10
Brano migliore: Djin Djin

Dopo aver riscoperto le sue radici brasiliane con gli ultimi album, Angelique Kidjo - che nei 15 anni appena trascorsi ha attraversato umori world di matrice prevalentemente funk contaminati con ritmi occidentali – si dirige verso le radici soul della sua terra, il Benin.

Prodotto dal veterano Tony Visconti, Djin Djin prevede l’innesto delle voci e degli strumenti di alcuni ospiti eccellenti (da Peter Gabriel a Brandford Marsalis, passando per Carlos Santana, Joss Stone, Alicia Keys) e di musicisti africani e non.

Cantato per la maggior parte nelle lingue di Benin, Togo e Nigeria, l’album è una sorta di concept intorno all’idea di diversità e unicità delle culture, che finiscono in realtà per scoprirsi affini piuttosto che separate.

La base è la ritmica beninese costruita sul lavoro dei percussionisti locali Crespin Kpitiki e Benoit Avihoue, su cui si costruiscono, con la complicità dei numerosi guest, i temi musicali portanti, dall’onnipresente funk (la cover di Gimme Shelter degli Stones che diventa jam caraibica) al pop-world (Ae Ae, Salala, con Peter Gabriel alla voce) all’afro-reggae (Sedjedo) e al soul-jazz (la title track, sinuosa ballad con la Keys alla voce e il sax di Marsalis), sfiorando ritmi mediorientali (Senapa, Arouna).

Un disco contaminato sulla scia di analoghi progetti (si pensi al lavoro ventennale di ricerca di Gabriel proprio in questa direzione) che non soffre dell’eterogeneità, e che ad esclusione di alcuni episodi che banalizzano la matrice world (come la retorica ballatona Pearls, cover di Sade, con Santana) si mantiene meritoriamente nei canoni del genere.

Una divulgazione ad uso occidentale con superospiti e superprodotta verrebbe da dire...ma la voce e l’anima della Kidjo - e in sostanza la sua musica - fanno la differenze, in operazioni come questa.


di Teresa Greco per SentireAscoltare

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