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Baby Shambles - Shotter’s Nation

Etichetta: EMI
Brano migliore: Delivery
Voto: 6.5

Beh, c’è da dire che Delivery, il primo singolo estratto da Shotter’s Nation, secondo capitolo targato Baby Shambles, è un piccolo capolavoro pop. Lontanissimo da stravaganze punk di libertiniana memoria e, semmai, più vicino a certo pop chitarristico che non sa decidere se somigliare più ai Cheap Trick o a The Knack, porta un risultato orecchiabile, delizioso ed irresistibile. Carino, ma non altrettanto, è French Dog Blues, il secondo singolo uscito ad anticipare l’album che però ci da il metro per giudicare l’intero album che, in effetti, è più vicino alle timbriche di FDB molto più che a quelle di Delivery. E a me un po’ dispiace. Sì, lo so che forse non molti di voi condivideranno ma una sana virata pop, più decisa e marcata, mi sarebbe sembrata la scelta migliore da fare per Pete Doherty.

Ci sono tre canzoni firmate a quattro mani con Kate Moss (ed una, You Talk, in cui le viene riservata anche una porticina vocale), c’è la chitarra di Albert Hammond Jr., c’è il produttore di The Smiths (Stephen Street) e c’è l’egida di sua maestà EMI che si è assicurata la pubblicazione di un disco che ha vendite da capogiro garantite. E poi c’è la grandiosa campagna pubblicitaria messa in piedi a suon di arresti, cocaina e gossip di terza categoria che mi avrebbero fatto pensare a una virata leggera più decisa e mirata ad entrare anche nel cuore dei maniaci delle ringtones. Niente. Nessuna virata e Shotter’s Nation si presenta coma una specie di Down in Albino Part Two. C’è chi sospira sollevato, chi storce il naso, chi voleva più leggerezza e chi più innovazione… Tutti però qui con la propria copia di Shotter’s Nation in mano.

Alcune canzoni si portano su territori (per) nostalgici e la prima traccia dell’album, Carry On Up The Morning, suona più Libertines di The Libertines. Ascoltandola si riesce a capire perfettamente quale sarà lo sviluppo del disco e ci si prepara all’ascolto di qualcosa che, per così dire, conosciamo già (e a dire il vero There She Goes, col suo sapore un po’ Jimmy Jazz, l’avevavo davvero già sentita in qualche bootleg proprio di The Libertines): c’è il punk inglese più motivato di Side Of The Road e le promesse influenze blues di Crumb Begging. C’è un fraseggio musicale davvero niente male in Deft Left Hand mentre mi risulta particolarmente ostica e fastidiosa l’ultima traccia (Lost Art Of Murder) che, nel suo tentativo di bissare l’hype di Albion e convincerci vieppiù della capacità artistiche di Doherty, finisce soltanto per risultare ridondante e noiosa. Con rimandi a The Doors a dir poco imbarazzanti è, senza alcun dubbio, il momento minore di tutti i 43 minuti dell’album.

Minuti che, comunque, passano in maniera piuttosto piacevole. Se solo Pete non fosse così smanioso di apparire tra le pagine di The Sun, potrebbe davvero convincerci di avere delle buone carte da giocare. Per il loro secondo album, Baby Shambles hanno realizzato molto bene quello che ci si aspettava da loro. Per le sorprese ci tocca aspettare la prossima volta.


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