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Bauhaus - Go Away White

Etichetta: Bauhaus Musik - Voto: 7,5
Brano migliore: Adrenalin


E insomma, riecco i Bauhaus. Dopo aver testato il palco con un lungo tour di reunion, Murphy, Ash e i fratelli Haskins hanno mantenuto la promessa e si apprestano a pubblicare (il 3 marzo) il quinto disco in studio. Il fatto che dal quarto siano passati 25 anni, pare non aver influito minimamente sulla loro verve. Go Away White , anzi, suona meglio di quanto ci si potesse aspettare. Dietro a queste dieci canzoni ci sono senza dubbio i Bauhaus non senza un sincero sforzo per cercare di mantenere aggiornato un suono fortemente connotato, senza snaturarlo.

Diciamo che, come allora, il fantasma del Duca Bianco svolazza ancora sulle loro teste e se Adrenalin sembra un outtake di Lodger, la voce di Murphy, qualche volta, si lascia scappare qualche tributo in eccesso (ascoltate quel “Religion” a 1’02” del brano di apertura –Too Much 21st century- e allibitevi: è Peter Murphy, non David Bowie). Ma non è grave. Anzi, direi che forse oggi questo vezzo suona meno grottesco di allora.

Addirittura mi sento di considerare Go Away White come uno dei migliori dischi del gruppo con l’aggravante (perdonabilissima!) di essere uscito solo adesso, quando la maggior parte dei fans ha già messo in soffitta la vecchia T-Shirt nera, le catene da attaccare ai jeans (neri!), i Dr.Martens sgarrupati e la lacca per i capelli che… sono quasi caduti tutti. Come a dire che non riesco a immaginare troppa gioventù agli show dei Bauhaus e nemmeno credo che gli under 25 trovino interessante l’uscita discografica di questo gruppo di vecchietti ad un concerto dei quali s’erano probabilmente conosciuti ed innamorati mamma e papà.

Mamma e papà, invece, hanno ritrovato dei vecchi amici ed è un piacere sentirli così vitali e creativi. La loro storia è ricominciata proprio dove l’aveva lasciata quel piccolo capolavoro dark che era Burning from the Inside. Il nuovo disco riparte da lì per svilupparsi tra echi di passato inevitabili e fresche ricerche di nuove idee che riescono, senza imbarazzi e con dignità, a convivere con l’anima evidentemente eighties della band. Non c’è niente di male, direi.

Confesso di aver avuto un piccolo brivido nell’ascoltare Mirror Remains, talmente vicina alla vecchia Nerves da farmi tornare alla mente la sensazione di delusione che provai all’ex Manifattura Tabacchi (Bologna) nel 1981 quando quella canzone, la mia preferita del primo disco, non la suonarono nemmeno nel secondo bis. E’ stato così che ho capito quanto Bauhaus siano parte della mia vita. Più di quanto credessi, evidentemente. Raramente il loro nome mi viene in mente spulciando i ricordi della mia gioventù eppure ascoltando il loro nuovo disco sono tornati a scodinzolarmi davanti album di formidabile bellezza come The Sky’s Gone Out o Mask e canzoni definitivamente nel mio DNA come She’s in Parties, Kick in the Eye e Bela Lugosi’s Dead.

Si, lo avete capito da soli, Go Away White è un disco per vecchi rincitrulliti e nostalgici. Le sue canzoni riecheggiano i tempi andati ma sono tutte (tutte!) mediamente migliori di quelle di allora. I ragazzi, evidentemente, hanno scuola ed esperienza sufficienti per fare di Go Away White un piccolo capolavoro, frutto del loro passato. E’ un bouquet di ricordi. Talmente tanti che nemmeno un greatest hits degli anni d’oro sarebbe riuscito a risvegliare. Sarò pazzo ma… a me piace pensare che ciò rappresenti lo scopo del lavoro. E forse la mia pazzia potrà essere definitivamente consacrata quando dichiarerò che questo scopo è stato raggiunto nel miglior modo possibile.


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