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Beth Orton - Comfort Of Strangers

Etichetta: Astralwerks - Voto: 4.5
Pezzo migliore: Worms

Dopo una lunga pausa torna, con un nuovo album (Comfort of Strangers), Beth Orton.
Nota qualche anno fa col vezzeggiativo di Chemical Sister, grazie alle frequentazioni con  il duo Simons e Rowlands, oggi Beth sembra volersi togliersi di dosso quelletichetta presentandosi con un album dal sapore folk-rock molto più vicino ai Wilco che ai Chemical Brothers.



Laura elettronica che cera, per dire, nel precedente Daybreaker, qui non cè e a giudicare dalla tipologia delle esibizioni dal vivo della cantautrice (praticamente sempre di carattere unplugged  e occasionalmente in solitaria con chitarra acustica), è molto probabile che le sue intenzioni siano state finalmente raggiunte.
Eppure, lo stesso, Comfort of Strangers ha il sapore del cambio di rotta, cè un che di forzatamente ambizioso dove lopulente cura delle partiture lascia intravedere la spasmodica necessità di trovare un percorso armonico capace di proiettarla in un mondo meno adolescenziale. Le canzoni, più misurate, di impianto classico e con una produzione curata e matura (Jim ORourke) finiscono, però, per apparire solo più normali nellaccezione negativa del termine.
Il disco contiene alcuni episodi graziosi come "Worms", sapientemente posizionata in apertura, che è una sorta di modena tarantella slow, sorretta da pianoforte (Beth) e batteria (Tim Barnes) con il dono della leggerezza e della classe, senza esagerazioni né facili  barocchismi e, in antitesi, Pieces of the sky che chiude il disco con una melanconica melodia gestita dal piano e dalla voce; oppure  "Conceived", già uscita come singolo, che si sviluppa su una linea di basso (ORourke) sulla quale sinsinuano archi e pianoforte assieme agli scampanellii tipici del Detroit Sound fino alla title track nella quale la Orton dichiara, più che in altre occasioni, ufficialmente le sue intenzioni di songwriting esile ed adulto di inequivocabilmente scuola (Joni) Mitchelliana sul quale si insinua velatamente quella (Carole) Kinghiana (pianoforte, chitarra acustica e voce in falsetto), per un risultato che finirà per piacere ai fans di Norah Jones. Brr!
Attorno a queste, altre innocue canzoncine che sembrano incarnare un bisogno irrefrenabile di alleggerire la forma espressiva dellautrice, riportando fuori la voce e alcuni semplici strumenti senza ausili elettronici o operazioni computerizzate.
Se, da un lato, se ne apprezza lintenzione dallaltro si finisce per essere sopraffatti  da una serie di brani smidollati e dalle sonorità monocordi che molto spesso ci assale un insopprimibile bisogno dipassare alla traccia successiva .
E il classico disco che preso a singoli pezzi appare pieno di ottimi colpi ma che sulla lunga distanza ci sorprende sbadiglianti o distratti, in preda ad una inequivocabile senso di noia.

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