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Cinematic Orchestra - Ma Fleur

Etichetta: Ninja Tune - Voto: 5
Brano migliore: To build a home

Ma Fleur, l’atteso quarto album di The Cinematic Orchestra, si apre con un bellissimo pezzo: To Build a Home, un brano pop nell’accezione più nobile del termine con pianoforte e voce a reggere una melodia semplice e struggente fatta di accordi minori e con un andamento che ricorda certe divagazioni cameristiche di Antony & The Johnsons.

Poi, dal secondo brano in avanti, tutto si ridimensiona. Meglio: rimane immobile. L’album perde un po' quota pur senza cadere in picchiata. Alcune interessanti soluzioni jazzofile sono di buon gusto (penso all’assolo di piano Rhodes a metà di Child Song o all’atmosfera suadente di Into You), mentre altre più marcatamente orchestrali (Prelude, Ma Fleurs), arrancano nel tentativo di emulare la colonna sonora di stampo Nyman creando una sensazione quasi di molestia.
L’album fa, in un certo senso, fatica a rendersi simpatico. Cerca quasi spasmodicamente di convincerci della serietà dell’operazione in luogo di una ben più sana proposta sonora, leggera e rilassante.

E' come se Jason Swinscoe volesse a tutti i costi sentirsi dire "ammazza quanto sei bravo!" finendo per dirselo da solo e in continuazione.
Perfino il parterre di cantanti sembra sprecato. Sebbene la scelta di chiamare Antony Hegarty ci sembrasse in vero un po’ ovvia (data la presenza del Nostro in un terzo dei dischi usciti quest’anno), di sicuro l’avremmo preferita alla tortura di dover ascoltare Phil France, Patrick Watson e perfino Lou Rhodes (ex Lamb) fare a gara a chi riesce ad imitarlo meglio.
Qui e là, la presenza della grande Fontella Bass (Family Ground e il singolo Breathe)appare come un breve spiraglio distinto, sebbene sia la grandissima soul-singer a adagiarsi all’opera piuttosto che il contrario.
Il punto non è l’indiscussa familiarità di tutti i musicisti coinvolti nell’album; mi sembra soltanto che il velleitario approccio dell’operazione cerchi raggiungere un risultato dal retrogusto Massive Attack dove una dimestichezza con il pentagramma sopperisce alla formidabile inventiva e al gusto dei bristoliani che l’Orchestra Cinematica non possiede.

Anche la bizzarra scelta, sicuramente ironica, di suddividere il disco in 99 tracce, nel contesto di un disco come questo, finisce per apparire antipatica.
L’album è discreto (scegliete voi l’accezione che preferite) e fatica a sollevarsi. Qualche volta si alzano le antenne, rapiti da una trovata, un guizzo o un movimento di sincero impatto ma tutto ritorna rapidamente a placarsi, riportandoci in un assopimento più vicino alla noia che al relax.

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