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Cristina Donà - La Quinta Stagione

Etichetta: Capitol - Voto: 7
Brano migliore: Universo

Per il quarto album in poco più di un decennio - senza contare la versione "internazionale" di Dove sei tu - Cristina Donà si apparecchia la più sobria delle trepidazioni.
Rinuncia a molte delle residue bizzarrie - gli algidi quadretti wave, le scorribande elettroniche, i blues da taverna - per glassare tutta l'inquietudine sotto una patina di sobrietà febbrile, che non si scompone mai troppo neanche quando l'allarme sembra sul punto di deragliare (vedi la fiammeggiante irrequietezza wave di L'eclissi).

C'è molto raziocinio, quindi. Un porsi dei limiti formali in obbedienza alla poetica, che sta in apprensione tra cose sul punto di passare e divenire. Un senso di allerta costante sotto l'apparente disarmo, una tensione radente che ciondola nel frusto languore d'un jazz folk col ventre caricato a psichedelia (Come le lacrime), nel rancore congelato d'un passo da bambola ferita (I duellanti), nell'aggirarsi da vampira in cerca di preda, preda a sua volta di cerchi che si chiudono negli echi sonici da Jeff Buckley volatile (Laure, ispirata alla lettura del micidiale Il profumo di Suskind).

Non è più tempo, insomma, di squarci e spasmi periodo Tregua, né delle allibenti situazioni avant-pop di Nido.
Cristina prosciuga la propria femminina alterità e si consegna in qualche modo alla normalità del cantautorato rock, cercando di non disperdere quel taglio, quella calligrafia stralunata e beffardella, quello scivolare da ombra imprendibile che osserva, ti osserva.
Spacciando con ammiccante dolcezza i trapassi del cuore-vita (Universo), rasentando la sublime ovvietà di una Norah Jones aggrappandosi al talismano di una matura isteria nel taschino (il folk jazz sordidello e sfuggente per organo e fisarmonica di Non sempre rispondo), smerigliando leggerezza e trepidazione con la sua ballad più estatica (Migrazioni).
Una parentesi di decompressione e rigenerazione inaugurata dal valzer palpitante di Settembre e chiusa da una Conosci che pennella melodia arguta sulle volute enigmatiche e setose del violoncello elettrificato.

E' un disco che lavora sotto la soglia del clamore. Una di quelle acque chete che, come dicono dalle mie parti, rovinano i ponti. A pensarci bene, non è poi così lontano dalla tremebonda irrequietezza di Tregua, pacificata - come è ovvio - da una crescente saggezza.


di Stefano Solventi per SentireAscoltare

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