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Deerhoof - Friend Opportunity

Etichetta: Kill Rock Stars - Voto: 4
Brano migliore: +81

La stampa sta gridando al miracolo, i fans si dichiarano amareggiati.
E’ la solita storia: quando una band decide di darsi una pettinata, di sistemare un po’ di spigoli aguzzi e presentarsi col compitino pronto per piacere a qualcun in più oltre i soliti dello zoccolo duro, succedono queste due cose: la stampa grida al miracolo e i fans si dichiarano amareggiati, spesse volte traditi e sempre pronti a dire: “una volta erano meglio”.

Io, che non sono né stampa né fan, sto brillantemente nel mezzo ed oltre a sostenere che tutto questo alleggerimento nelle sonorità dei Deerhoof a me non sembra così evidente, Friend Opportunity mi pare un album che farà pure un passo in avanti nella scrittura musicale ma senza modificare granché l’identità di questo gruppo.
Un’identità che a me sembra deboluccia e poco incisiva.

Siamo ancora dalle parti dell’avant-pop già ascoltato in Runners Four, ancora con le stesse razioni di progressive un po’ lounge, o di pop e un po’ noise che, mi si perdoni la presunzione, hanno un sapore un po’ troppo artificiale oltre che già sentito.

Si tranquillizzino, in ogni caso, i fans chè i Deerhoof non arriveranno ancora a macchiarsi di Top10. Purtroppo.

Io penso che basterebbe poco per prendere una decisione fondamentale e riuscire a piazzarsi, se non nelle classifiche, in un posto che gli permetta di vivere serenamente di musica, mantenendo dignità e mestiere. E invece no.
Manca ancora il coraggio (o forse la capacità) di abbandonarsi completamente. Forse, per essere meno cattivi, a mancare è solo l’attitudine alla musica leggera. Ma questo, s’indende, non è propriamente un difetto. Non fino al momento in cui l’attitudine a provarci risulta così evidente. “+81” è un brano potenzialmente buono: sta a metà tra Bacharach e Morricone con un piglio Stereolab che guadagnerebbe molti punti senza le frammentazioni o i disturbi di cui (che ve lo dico a fare?) è infarcita.

Satomi Matsuzaki è la solita cantante giapponese con la voce flebile lievemente stonata che inquina in generale l’intero album compresi potenziali buoni pezzi come “The Perfect me” che, con quell’incedere ritmico bislacco e giocattoloso, potrebbe essere valorizzata da un cantato meno stereotipato.
Lo stesso si può dire della deliziosa “The Galaxist” che incrocia il folk acustico con Jimi Hendrix.

Non so: a me sembra che Deerhoof mettano sul piatto troppe cose per ottenere l’inevitabile pastrocchio sonoro che esce da quest’album.
Gli interventi elettronici d’antan di “Kidz are so small” vorrebbero fare il verso ai Throbbing Gristle e, sebbene l’intento appaia piuttosto riuscito, quello che si ottiene è solo un momento di rottura provocatorio e fine a se stesso. Qualcuno, parlando dei Deerhoof, ha sparato nomi altisonanti come Fred Frith o Robert Wyatt mentre a me sembra di sentire un complessino della parrocchia nell’inutile tentativo di suonare cover di The B-52’s.

Qualcun altro sostiene che Friend Opportunity abbia le caratteristiche dell’album di transizione e che sarà soltanto con il prossimo che il gruppo dimostrerà di avere stoffa.
Ecco: facciamo che io mi metto in attesa di questo prossimo album.
Nel frattempo infilo questo nello scaffale dove, presumo, rimarrà per sempre.


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