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Dissonanze e dissonati

Cronaca della serata di Dissonanze che ha visto sullo stesso palco Matmos e Mouse on Mars, tra ipnosi minimalista e techno teutonica, in un concertone di più di 4 ore rigorosamente digitali.
Un'esperienza da raccontare, soprattutto a una certa età...


a cura di Zoro

"Vecchio, diranno che sei vecchio".... non so bene perchè ma stamattina ragionando sulla giornata di venerdì sera mi vengono in mente le parole della canzone di Renato Zero (e già questo mi invecchia un po').
E invece no. 
Venerdì ho fatto il supergiovane come non lo facevo da anni e anni.
Con il mio look da maturo trentaquattrenne padre di famiglia e 3 colleghi mi sono avventurato e intrattenuto per ben 4 ore tra i deliri di Dissonanze e di alcuni tra i più rappresentativi esponenti della scena musicale digitale, tra i quali Matmos e Mouse on Mars.
Iniziando il concerto alle 23.00 ci presentiamo diligentemente a Testaccio intorno alle 22.45, ma un solerte buttafuori rasato, impettitto e di nero vestito in omaggio ai più melensi stereotipi di buttafuori, mi dice che se voglio andare alla confinante festa di Rifondazione dove l'ennesima cover band sta tentando si riesumare col gas Rino Gaetano, non ci sono problemi, ma per Dissonanze devo aspettare.
Prendo atto che ho il look più da Rifondazione che da Dissonato e attendo all'esterno mentre alla spicciolata gruppi di giovani e meno giovani molto più di tendenza di me cominciano ad affluire davanti al bonzo nero sempre più one man show e sempre meno utile all'appeal della manifestazione.
L'accessorio più in voga tra il pubblico di Dissonanze è un paio d'occhiali da vista, possibilmente piccoli e rettangolari. Inforcarli sottintende notti e notti passate davanti al monitor a inciorbighirsi la vista davanti al monitor di un computer, far parte del movimento digital, saperla lunga sul fenomeno del momento.
Quando l'eco dell'ultima canzone del limitrofo imitatore di Rino Gaetano si spegne, il solerte buttafuori diventa buttadentro e facciamo il nostro ingresso a Dissonanze.
Metà all'aperto, con istallazione video abbastanza anonima e bancarelle di cd, e metà al chiuso, con il palco e i set predisposti per gli artisti che saliranno sul palco, la manifestazione non regala molto di che distrarsi in attesa dell'inizio dell'evento. Di rigore è il buio, le luci sono descrittive e/o allucinogene, non finalizzate in alcun modo all'agevolazione della deambulazione.
Il primo artista a salire sul palco tra l'indifferenza generale è un'allampanata ragazzona inglese (Vicky Bennet) dal nome d'arte di People like us, che senza dire nè ai nè bai comincia un visionario visual-trip fatto di suoni e soprattutto immagini, con mixer video mandato a pieni giri, audaci sovrapposizioni di contesti e radicali cambi di scena, con le contraddizioni occidentali in primissimo piano ed evidenti in ogni messaggio proposto, a prescindere dalla subliminalità o esplicitudine delle immagini utlizzate.
La contrapposizione tra mondo dei grandi e universo dei piccoli è tanto stridente quanto affabili e retrò sono le musiche utilizzate per accompagnare beat non troppo estremi e ritmiche gradevoli e sopportabili.
A testimonianza di tutto ciò arriva il convinto applauso finale del pubblico e il fatto che le mie due colleghe stiano resistendo discretamente ad un contesto ambientale e sonoro a loro completamente sconosciuto ma non ancora ostile.
Non faccio in tempo a fare questa riflessione che si mette ai mixer un tipo stempiato e meno giovane del contesto (tal Keith Fullerton Witham) che, forse per ripicca, sciorina con fare compiaciuto un campionario di suoni più estremi del mediamente sostenibile, ignorando deliberatamente qualsiasi sapor di melodia ma anche di ritmica, in una neverending intro di 40 minuti circa da far invidia al più collaudato dei brani sfollapista. E il bello è che lui ride e si diverte, a tratti sembra quasi muoversi a tempo, dando la sensazione di indossare delle cuffie con tutt'altra musica in testa.
La sensazione di unghie reitaeratamente grattate sulla lavagna è troppo forte e la decisione di prendere una boccata d'aria all'esterno è tanto naturale quanto condivisa da buona parte degli astanti.
Il tempo di sedersi per terra e sporcarsi un po', guardarsi intorno per vedere un po' di pittoresca fauna digital, respirare un po' di aria dopata e i primi rumori dei Matmos richiamano tutti al dovere-piacere.
Il duo californiano, intervistato in mattinata con gran divertimento personale, sale sul palco a proporre spezzoni dal loro ultimo cd intitolato The Civil War, assistiti nell'esibizione da un polistrumentista che passa con disinvolutra dallo strofinamento di un corno inglese al trattamento hawaianato di una chitarra. Tra portatili Mac con mela fosforescente in primo piano per tutta la serata, campionatori, cavi e cavetti vari, gli amici di Bjork regalano 3/4 d'ora coinvolgenti, stordenti e di qualità assoluta. Tra marce, marcette e atmosfere rarefatte l'effetto ipnosi di massa è tangibile e alientante quel che basta per ritenersi non delusi.
Se Drew, il Matmos con l'occhialino geek, gestisce e amalgama i suoni, Martin, il Matmos incravattato dalle 11 della mattina, campiona e suona, laddove gli strumenti sono fiammiferi scossi e scatolette varie musicalmente riadattate (è stato anche visto imbracciare una chitarra proprio come un chitarrista tradizionale).
Sullo sfondo scorrono immagini di guerra e colline di San Francisco, con fotografi ammassati ad immortalare uno show che, pur non concedendo nulla all'occhio, la tendenza impone di documentare vouyeuristicamente nel dettaglio (e anch'io mi piego alla tendenza scattando e riprendendo).
Il livello del tutto però non convince le due colleghe che, giustamente stanche ed esauste, alle 2 cedono definitivamente e mollano gli ormeggi.
Errore.
E' proprio in quel momento che si registra il picco della serata, l'acme creativo.
Ai suoni ipnotici e minimalisticamente rallentati dei Matmos vengono mixate le battute decisamente più serrate dei Mouse on Mars.
E' tutto buio, poco si capisce di quel che avviene sul palco, ma le orecchie e il corpo non mentono mai.
Il passaggio dai californiani ai tedeschi è devastante, il pubblico si eccita (pure troppo, con un paio di risse sotto palco sedate in maniera zen dai buttafuori) e la musica post techno-industry-ambient-dub-house-kraut rock o comunque la si voglia chiamare dei Topi su Marte travolge tutto e tutti, con un'ignoranza e una sfacciataggine clamorosa e di inevitabile impatto, un rullo compressore dai suoni duri, pesanti, impietosi, molto, molto, molto tedeschi (che poi non so bene come sia un suono tedesco ma questi lo sono di sicuro).
Una serata così avrebbe piegato le gambe a chiunque, soprattutto ad un 34enne fuori allenamento come me.
Quando con il mio electro-collega alle 3 di notte ci dirigiamo all'esterno, sta per salire sul palco Lesser, ma non lo sentiremo.
Ho fatto il supergiovane e mi sono divertito oltre ogni aspettativa; la misura tuttavia è stracolma, le orecchie implodono, le ginocchia cigolano e i cocci sono tutti i nostri.
S'è fatto tardi, la prova è comunque superata.

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