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Duran Duran - Red Carpet Massacre

Etichetta: EMI
Voto: 4
Brano migliore: The Valley


La storia dei Duran Duran, costellata da continui rimpasti del line-up, nel 2003 aveva fatto piacevole scalpore con la reunion della formazione originale dopo i molteplici accanimenti per tenere vivo un gruppo che, di fatto, non ha mai smesso di pubblicare dischi. Oggi la storia continua e dopo aver cominciato a registrare le canzoni per il seguito di Astronaut (che si sarebbe dovuto intitolare Reportage), il chitarrista Andy Taylor ha di nuovo lasciato la band. Questo nuovo divorzio ha costretto il gruppo a rivedere tutto per cercare soluzioni diverse, nuovi session men e produttori di grido e fare in modo che il disco nuovo, che nel frattempo ha cambiato titolo diventando Red Carpet Massacre, potesse rivelarsi come un prodotto all’avanguardia con caratteristiche attuali e competitive. In realtà il bel titolo cela nella parola “massacre” l’unica grande verità sull’album e a subirne i maggiori effetti sono solo i nostri testicoli.

La noia, l’inutile reiterarsi di tematiche tra il revivalistico e il furbastro regge per pochi minuti, quelli di The Valley, il brano di apertura che ad onor del vero qualche carta interessante se la gioca. Subito dopo, a partire dalla title track fino all’ultimo dei 49 minuti dell’album, a prendere il sopravvento è solo una tediosa e ronzante ricerca di un sussulto che, lasciandoci sgomenti di fronte a cotanta aridità di idee, non riesce mai ad arrivare. Anche le collaborazioni con Timbaland e Nate Hills suonano fuori tempo massimo. I due geni della produzione pop miliardaria degli anni 2000 sembrano aver esaurito ogni brillantezza, applicando alle consuete trame duraniane quei gingilli elettronici che ormai non stupiscono e non interessano più nemmeno il più accanito dei fans e che, soprattutto, da soli non potrebbero comunque bastare a far decollare un disco di musica leggera privo di qualsiasi leggerezza.

Sebbene sia chiaro che grazie ad una promozione in grande stile ci sia di sicuro anche chi riesce ad ascoltare Red Carpet Massacre divertendosi – e questo deve rimanere sacrosanto per tutti, sempre – insisto nel non transigere: questo disco è l’esempio evidente dell’esaurimento artistico di una band che ha lottato con unghie e denti per mantenersi a galla con grande onestà ed intenzione ma che è ufficialmente giunta al capolinea esangue di idee e di ispirazione.


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