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Fiery Fournaces - Bitter Tea

Etichetta: Fat Possum - Voto: 3.5
Pezzo migliore: Teach my sweetheart

Bitter Tea, il nuovo disco dei fratelli Eleanor e Matthew Friedberg, AKA The Fiery Furnaces, esce a metà aprile benché sia stato registrato prima del precedente Rehearsing my Choir.
Fino ad oggi era non era dato sapere il motivo di questa proroga ma adesso che il disco è tra le mie mani, credo di immaginarlo.


Questo disco, già ampiamente suonato durante i concerti del gruppo, aveva seminato aspettative che vertevano verso un ritorno al pop elettrico degli esordi ed invece s'ingarbuglia in telai sonori angusti e fastidiosi per un risultato che non decolla mai.
Gli arrangiamenti, spesso carichi e pomposi, hanno il sapore di un minestrone troppo cotto. Non si distinguono gli ingredienti e il sapore generale, pur non essendo sgradevole, finisce per lasciare il palato insoddisfatto.
Il suono leggero che avevamo immaginato è rimpiazzato da un bordello electro-progressive che fa a pugni con l'esile vocalità della Friedberg. Dal canto suo Matthew fa un disastro con chitarra e apparecchiature elettroniche e i pezzi risultano di una pomposità a dir poco irritante.
L'album è composto da tredici tracce (più una ghost) senza sugo, piene di boria e di grotteschi echi anni 70 senza mai che spunti una canzone degna di nota; e se è vero che ogni regola ha la sua eccezione, quella di Bitter tea può essere trovata nell'unica presa di ossigeno intitolata Teach my sweetheart , una graziosa canzoncina costruita su un'ossatura noise con svisate progressive , sulla quale si dipana una melodia di cantato dal sapore piacevolmente pop. Il resto spero di riuscire a dimenticarlo ancor prima che il disco arrivi nei negozi. Temo di non riuscire a consigliarlo nemmeno ai fedelissimi i quali, forse, riuscirebbero a trovare anche un altro paio di momenti da salvare (la facile Police Sweater Blod Vow e la lennoniana Whistle Rapsody) ma che si troveranno a riconoscere di essere di fronte a un album inconcludente che, per mascherare la sua natura, si rifugia in un irritante famolo strano.
Il gioco sembra quello di scomodare Wyatt, Zappa e Beefheart senza riuscire, nemmeno pallidamente, ad emulare nemmeno un briciolo della creatività di quei maestri.

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