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Francesco Guccini, i settant'anni del cantastorie

'In fondo questa è la vera differenza tra me e la maggior parte degli altri cantautori – ha detto l'altro giorno a RepubblicaDe André, che era mio coetaneo, veniva dalla buona borghesia genovese, gli altri comunque da un ambiente cittadino, urbano, io vengo da qui, dalla campagna, dalla montagna'. Dall'appennino tosco-emiliano, per la precisione, dov'è incastonata Pavana, bucolico buen retiro nonché quartier generale di Francesco Guccini, cantastorie insuperabile che oggi compie settant'anni tondi tondi.

Autore prima, cantautore poi ma anche scrittore, teatrante e poeta: nato a Modena ma vissuto fra il paesino dei suoi avi e la Bologna degli anni Sessanta e Settanta, Guccini parla della sua vecchiaia dipingendo come sempre dei quadri affascinanti fra nostalgia e ispirazione: 'Per forza che ci si sente soli. Da poco è scomparso Renzo Fantini, mio grande amico, è stato da sempre il mio manager, era carismatico, e poi era onesto, in un ambiente che diciamo pure non brilla per questa qualità. Lui fu folgorato come Saulo sulla via di Damasco. All'epoca lavorava con Nilla Pizzi, Sandro Giacobbe, e per caso Victor Sogliani, dell'Equipe 84, era il 1975, mi disse 'ma tu ce l'hai un manager?'. Io no, non ce l'avevo, ma non facevo concerti. Venne Renzo con Bibi Ballandi, da lì decise di lavorare solo con i cantautori, si separò da Ballandi, e così cominciò la storia. E comunque già a cinquant'anni mi resi conto tragicamente che gli anni che mi restavano da vivere erano meno di quelli avevo già vissuto, figurarsi ora. Ma non ci penso tanto, solo quando sento dei limiti. L'altro giorno sono andato al mulino, era la casa dei miei nonni dove abitavo da piccolo, c'è una mulattiera che scende giù, guardavo i sassi, attento a non inciampare. C'è il fiume, una volta lo passavo saltando di sasso in sasso, ora certo no. C'è anche il lago, d'estate si stava là, lo attraversavo tutto e tornavo indietro, ora faccio sì e no cinque metri, ma ancora mi tuffo, anche se l'acqua è gelida. Però notavo una cosa, da giovane facevo i concerti seduto, ora li faccio in piedi, sono proprio un coglione...'.

I primi passi coi gruppi rock degli anni Cinquanta, poi scopre Bob Dylan e scrive, fra l'altro, le sue prime gemme per l'Equipe 84 (Auschwitz) e per i Nomadi (Dio è morto). Il primo disco arriva esattamente 43 anni fa, Folk Beat n. 1. E poi via avanti attraverso Radici (1972), Opera Buffa (1973), Via Paolo Fabbri 43 (1976) fino al ventesimo disco in studio, Ritratti, uscito sei anni fa. Tanti anni, ma la musica e il pensiero rimangono gli stessi: 'La vedo ancora così la canzone: un signore che si mette lì, ha delle idee per la testa e vuole manifestarle. Poi per carità ci sono prodotti artigianali ottimi, ma io parlo delle canzoni dei cantautori. Oggi sento molte canzoni, non dico brutte, ma inutili, che forse è peggio. Tempo fa dissi dei talent che in mancanza di altro poteva essere un'occasione per emergere, e tutti a dire: 'ecco Guccini apprezza questi programmi'. Mica vero, le case discografiche sono in crisi, ma pensa che io il primo disco Folk beat n.1 l'ho fatto nel 1966, ma il primo di un certo successo è stato Radici del 1972 e in mezzo ci sono stati altri tre long playing. Ora sembra essere tornati agli anni Cinquanta, c'erano belle voci, ma i testi a volte erano ridicoli, ora c'è più abilità, arrivano più preparati, ma non c'è niente dentro. Paoli anche quando cantava Il cielo in una stanza si sentiva che c'era qualcosa dietro, anche se era una canzone d'amore, De Andrè fece delle altre cose, ironiche, serie, io cantavo Auschwitz...'. Tanti auguri strano maestro 'cresciuto tra i saggi ignoranti di montagna, che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia'.

Francesco Guccini - La locomotiva

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