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Grammys 2010, una statuetta non si nega a nessuno

di Simone Cosimi 

I Grammy Awards somigliano sempre di più a quel mitico circo statunitense ottocentesco che ci piace ricordare, ogni tanto: il celeberrimo Barnum. Questo, diciamo, per quanto riguarda la fantasia e la ricchezza dell'assortimento del cast. Tuttavia, i premi organizzati dalla Riaa, l'associazione statunitense dei produttori discografici, ricordano anche i peggiori e più popolosi governi della storia italiana: ci sono cariche doppie e triple, premi fotocopia, categorie fumose e sottopanza musicali catapultati nella stratosfera della celebrità così come in quegli esecutivi spuntavano poltrone a grappoli, per accontentare un po' tutti. Non c'è infatti altra etichetta per una kermesse che mette in cantiere oltre cinquanta graziosi grammofonini, togliendo, il giorno dopo, anche il gusto di una sana rassegna.

Tanto per capirci: si va dalla trionfatrice Beyoncé (sei statuette su dieci nomination) ai Lady Antebellum (non Lady Gaga, che pure ha raccolto il premio per la Best dance recording e la Best electronic dance album). Passando per Jack Elliot, Steve Variner, Third Day, Luis Enrique, Bill Miller e una vagonata di altri emeriti sconosciuti (ma senza dubbio siamo noi a essere ignoranti). Certo, poi ci sono le superstar ben oliate e omaggiate: fra queste, i King of Leon, che con la loro Use Somebody hanno strappato il premio Record of the year e i Black Eyed Peas, che con The End hanno vinto anche il riconoscimento per il Pop vocal album. Però insomma, che faticaccia.

Quindi urge una scrematura. Una severa cernita mattutina da cui trarre almeno qualche scarna conclusione: chi ha vinto, chi ha perso, chi c'era e com'è andata. Beyoncé – almeno questo è chiaro – è stata la vera trionfatrice succhiando in blocco l'intero comparto dei premi per l'r&b. Le è però sfuggito, come alla signorina Germanotta, il premio più importante, quello per l'Album of the year, che è finito nelle grinfie della smorfiosetta politically correct Taylor Swift per il suo irrinunciabile Fearless. La sua esibizione, però, in coppia con Steve Nicks dei Fleetwood Mac, è stata una sonora collezione di stecche. Ovviamente la Swift ha mietuto anche i premi per il Country album e per il sottile gemello Female country vocal performance. Mumble mumble.

Dalle parti del rock la parte del leone – perdonate il gioco di parole idiota – l'hanno fatto non a caso i King of Leon, saliti sul palco mezzi ubriachi, che sempre con Use Somebody si sono aggiudicati anche il premio per la Rock song. Da segnalare poi, per il bel disco dei Phoenix, la statuetta per l'Alternative music album. Dalle parti del rap premi per un torvo Eminem (Rap album con Relapse) e Jay Z, Rihanna e Kanye West con il pezzo Run This Town. Miglior artista emergente la Zac Brown Band. Chi?

Questi, sculettamento più categoria meno, i dati essenziali da analizzare – escluso l'exploit di Quentin Tarantino – sempre che non abbiate altro da fare nel corso della giornata. Dal canto nostro, abbiamo fatto un'ottima figura con Andrea Bocelli che ha duettato con Mary J. Blige in Bridge Over Troubled Water. Una volta tanto, non ci ricorderanno per la famigerata accoppiata maccaroni-pizza-parmesanocheese.

Il duetto Andrea Bocelli-Mary J. Blige

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