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Heineken Jammin Festival 19.06.2004

Giornata strana questo sabato 19 giugno: nella data del festival dedicata al rock più dautore il picco di emozioni si è avuto in pieno pomeriggio, disattendendo il classico copione che vede una giornata rock-festivaliera come un crescendo.

 
Per motivi ferroviari e soprattutto per via dei lunghi controlli allingresso che neanche allaeroporto di Tel-Aviv, mettiamo piede sullasfalto rovente dellarena quando i Delta V hanno già finito e i The Calling (Ops, mi ritiro subito quanto scritto sopra sul rock dautore) stanno per iniziare, naturalmente dopo aver puntualmente precisato che amano lItalia e le ragazze italiane, a suonare come ultimo pezzo del set il loro più grande successo Wherever You Will Go. Tanto carucci.
 
Sotto con gli Starsailor allora: sono in formazione ridotta a causa dellindisponibilità del tasterista Barry Westhead e di conseguenza alcune canzoni sono eseguite con le basi preregistrate. Tutto ok comunque, si sa a queste cose oramai non fa più caso nessuno. Il set è breve ma piacevole, le canzoni di James Walsh scivolano via lisce come un rinfrescante balsamo per la pelle ustionata dal sole. Belle soprattutto Four To The Floor (con linquietante orchestra fantasma), Silence Is Easy con in coda una citazione di Bad degli U2, e la finale Good Souls. Bravi.
 
Ma è con PJ Harvey (troppo presto nella scaletta, un delitto) che si comincia davvero a fare sul serio.
Si presenta con un completino corto giallo canarino molto acceso ed un paio di scarpe fucsia evidenziatore. Cose che solo una persona con il suo carisma può portare senza apparire ridicola.
La piccola PJ sul palco diventa un gigante che non sbaglia niente e non lascia niente al caso. Ogni movimento, ogni posa, ogni salto, ogni urlo è al momento giusto. Uno spettacolo per occhi e orecchie.
Le canzoni più belle dellultimo Uh Huh Her come The Letter, Cat On The Wall, Who The Fuck? e Shame, secche e acide, reggono bene la prova del live, soprattutto questultima grazie ad una versione trascinata suonata con due batterie. Tra i pezzi del passato quelli che accendono di più il pubblico sono comunque i più recenti: Good Fortune, The Whores Hustle And The Hustlers Whore, A Perfect Day Elise e soprattutto quella splendida Down By The Water che nel 95 la fece conoscere al grande pubblico. Un mostro di bravura insomma, anche se alla fine della sua esibizione rimane un po di amaro in bocca per la consapevolezza che un festival da grandi folle non è latmosfera perfetta per godersi un concerto di unartista con quelle caratteristiche. Polly Jean è una che deve guardare gli spettatori dritto negli occhi, per succhiarne il midollo uno ad uno.
 
Il tempo e il luogo sono invece perfetti per i Pixies.
Se fossimo obbligati a scegliere il momento più coinvolgente dellintera giornata non avremmo dubbi. Frank Black (la cui voce con la maturità suona addirittura meglio che nei tempi doro) e soci, riunitisi come si sa questanno, in una sola ora hanno sparato uno via laltro tutti i pezzi forti della loro breve e leggendaria carriera. Niente interruzioni. Neanche una parola tra una canzone laltra.
Fin dalla prima U-Mass (cè chi insinua che Cobain ne copiò il riff per la sua Smells Like Teen Spirit) Frank Black dallalto del suo quintale di peso detta il tempo di un rito collettivo irresistibile: Tame, Waves Of Mutilation, Isla De Encanta, Debaser, Monkey Gone To Heaven, Here Comes Your Man ecc insomma prendete il greatest hits e scorrete la playlist, le hanno fatte tutte, ma proprio tutte. Fino alla finale Where Is My Mind? con il pubblico unito nel coro di sottofondo. Da brividi.
Un tuffo sonico alle radici dellalternative rock degli ultimi 15 anni, che ha fatto vibrare migliaia di cuori e stomaci. Lapoteosi di questa giornata, insomma, segnata giustamente dallapplauso finale più lungo.
 
Compito difficile dunque per Ben Harper, trovarsi tra un set di questo livello e lattesa delle star della serata. Compito svolto nellunico modo in cui Ben e la sua band ultimamente sanno fare: canzoni tirate fino alla noia, un po di reggae, assoli logorroici dei suoi pur bravissimi musicisti e drammatizzazioni gospel (oh lord!!!) che sfiorano lirritante. Unico momento da ricordare: una splendida versione in stile ballata Pearl Jam di Amen Omen.
 
I The Cure si presentano alle dieci e un quarto. Un appesantito (visti i Pixies, evidentemente cè modo e modo di essere sovrappeso) e lento Robert Smith è la perfetta rappresentazione di quello che toccherà agli spettatori nellora e mezza a seguire.
Un concerto che non decollerà mai parte con Lost, anonimo nuovo brano che apparirà nellimminente album in uscita a fine mese, seguita da Fascination Street. La scelta di eseguire canzoni nuove o poco conosciute non paga dal punto di vista del coinvolgimento del pubblico, tanto che già a metà concerto ci è capitato di vedere ragazzi allontanarsi dal palco per seguire il concerto in una postazione più comoda.
Persino i classici, non più di sei o sette, sono eseguiti sottotono: la meravigliosa Love Song riesce nellimpresa ardua di non emozionare e come ciliegina finale, in A Forest che chiude lo show Smith è irriconoscibile nel suo trascinarsi sulla linea melodica del pezzo.
 
Una serata, dunque, decisamente da dimenticare ma che pomeriggio signori miei!
 
 
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