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Hot Chip - Made in The Dark

Etichetta: DFA - Voto: 5
Brano migliore: Hold On


Beh… diciamo immediatamente che il clamore attorno a Made in the Dark a me sembra poco giustificato. Il nuovo disco di Hot Chip è una spanna sotto il precedente capitolo (The Warning) e, checchè ne dicano, anni luce distante dalle pirotecniche trovate del maestro James Murphy.

Non è sufficiente la cassa in quattro, serve l’inventiva e la verve. I rischi che si corrono nel realizzare dischi di dance elettronica sono sostanzialmente due: quello di sconfinare troppo nel pop (nel senso spregiativo del termine) e quello di azzardare in maniera esagerata nell’applicazione di metriche ballabili anche a canzoni che vivrebbero benissimo anche senza.

Made in The Dark ha inventato una strada nuova, quella di mezzo, nel quale l’incertezza delle intenzioni va di pari passo con quella dei fruitori. Gli omaggi altisonanti (da Yellow Magic Orchestra alla prima Human League, passando per gli inevitabili Kraftwerk), stavolta suonano artificiosi. Non funzionano. Se Ready For The Floor fosse spogliata da quell’aura nipponica forzatamente AlfaRecords, ne guadagnerebbe moltissimo. Quel cantato corale (senza armonie), così inequivocabilmente mutuato da Sakamoto e Takahashi, oggi non fa più l’effetto che faceva trent’anni fa. Così, decontestualizzato e insistente, risulta solo sgradevole.

La deriva pop della Title Track, è tutt’altro che sorniona. Gioca a rinverdire le ballate soul di Otis Redding senza considerare che l’elemento vocale non è all’altezza. Un velo d’ironia basterebbe per farsi perdonare ma… questo è il principale guaio: Hot Chip hanno deciso di prendersi sul serio lasciando che le brillanti divagazioni dei capitoli scorsi vengano soppiantate da una macchinosa ricercatezza che non giova all’ascolto.

Se una cosa è difficile, nel mondo della musica leggera, è riuscire a lavorare in gruppo sulle programmazioni elettroniche. E’ un’attività che viene bene in solitudine. Un’intera band, al lavoro su loop, campioni, ritmi sintetici e sequencer è davvero sprecata. Di più: in soprappeso. Kraftwerk sono inarrivabili mica per niente (e anche nel caso dei Maestri, il lavoro di programmazione è raramente di gruppo).

Made in The Dark cerca di mettere l’anima in qualcosa che è nato senza. La musica elettronica, quella da ballo, può essere divertente e coinvolgente ma deve avere l’umiltà di non cercare di raggiungere niente che non siano i nostri piedi. Fare la differenza, cercando di metterci “quel qualcosa in più”, è attività nobile che riesce solo a pochi eletti.

Certo, qualche momento grazioso non manca e, per esempio, Hold On risveglia l’anima DFA del gruppo riportandoci ai tempi di Over and Over. Anche la soffice ballata Whistle for Will è molto graziosa. Perfetta per chiudere il disco. Ovviamente non lo fa e la band la fa seguire da In The Privacy of Our Love, pezzo di rara bruttezza dove, mi par di capire, il tentativo è quello di emulare certe trovate di arrangiamento di Antony fallendo clamorosamente.

Insomma mi assumo la responsabilità di bocciare Made in The Dark su quasi tutti i fronti andando controcorrente in un mare di recensioni entusiastiche ai cui autori, molto probabilmente, non è sfuggito ciò che al sottoscritto è continuato a sfuggire fino al momento in cui non ho avuto più nessuna voglia di rimettere a suonare il CD.


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