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Isobel Campbell & Mark Lanegan - Ballad of he Broken Seas

Etichetta: V2 - Voto: 5
Pezzo migliore: Revolver

Viene da chiedersi: Che ci fa quel burbero di Mark Lanegan con quella squinzia di Isobel Campbell?
Lidea sembra quella di lasciarsi andare in unatmosfera vischiosa e sussurrata, spiazzando chiunque li abbia seguiti nelle loro dimensioni a membro di una band (lui con Screaming Trees e Queen of the Stone Age, lei con Belle & Sebastian), dando vita a alcuni duetti melodiosi e snob figli della presunzione che colpisce spesso quei divi dellindie-rock che si sentono troppo spesso dire quanto siano bravi.


Limprobabile coppietta, così, ha pensato a questo viaggio musicale a forze unite, passandosi vicendevolmente il microfono in un elegante gioco di scambio di ossessioni. Lamericano Lanegan con la sua voce roca e cavernosa e la scozzese Campbell con il suo flautato sussurrare.
E non si fanno mancare nulla: dalla riedizione di un classico di Hank Williams (Ramblin man) fino alle citazioni easy listening di maestri del campo come Burt Bacharach (Honey Child What can I do?, piacevolissima) o Lee Hazelwood (lottima The false housband). Ma (abbene si, cè un ma) Il tutto finisce per far tornare un po troppo spesso alla mente i bellissimi duetti di Nick Cave con Kylie Minogue o PJ Harvey. Pur non essendoci niente di male (per carità!), questo ci proietta su strade un po troppo percorse ad evidenziare una piccola mancanza di coraggio.
Sorprende anzichenò che background tanto diversi non sboccino in qualcosa di curiosamente nuovo quanto piuttosto in un lavoro scevro dellimprevedibilità del rischio. Quella di Ballad of broken seas è  una sintesi ovvia, fuori fuoco e talvolta poco incisiva al servizio di dodici ballate malferme e un po artefatte.
E un prevedibile prodotto (più che progetto) che cela alcune piccole gemme, come la deliziosa malìa di  Revolver o laltalenante equilibrio di Saturdays Gone, ma che finisce esattamente là dove è iniziato: con un raggio dazione, sebbene a tratti ammaliante, un po troppo limitato. Da Lanegan, più che dalla Campbell, mi aspettavo una punta di ambizione in più. Queste canzoni col silenziatore, mai urlate, talvolta troppo artificialmente in sordina, lasciano un po di amaro in bocca. Soprattutto per la presenza, in quaranta minuti di album, di un paio di imbarazzanti pezzi da cortile delloratorio (come Dusty wreath, con il suo incedere protonatalizio, e Black mountain con echi di Fairport Convention) che né i virgulti waitsiani di Mark né tantomeno i gemiti ansimanti di Isobel riescono a far apparire così affascinanti come al primo ascolto si potrebbe pensare. Se ricordate con una punta di rammarico Out of Season di Beth Gibbons o leponimo primo album di Mark Hollis, sappiate che, con le dovute differenze stilistiche, qui stiamo in quello stesso cortile e le aspettative potrebbero essere in gran parte deluse. Ammetto la possibilità che un album come questo possa anche piacere. Certo che se provenisse da due giovanotti in vena di confidenziali ballate acustiche, potrebbe anche avere la sua dose di fascino. Da due navigati autori come i Nostri ci si aspetta  qualche convulsione emotiva in più.

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