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Jarvis Cocker - Jarvis

Etichetta: Rough Trade - Voto: 6
Brano migliore: Fat Children

Da quando i Pulp si sono sciolti, o meglio (come loro stessi preferiscono dire), si sono messi in stand by, il cantante Jarvis Cocker non se n’è stato affatto con le mani in mano: ha scritto alcune canzoni per il quarto film su Harry Potter, ha duettato con Charlotte Gainsbourg ed ha dato vita, sotto le mentite spoglie di Warren Spooner, al progetto Relaxed Muscle con Richar Hawley.
Insomma, una specie di vacanza studio, servita per mettere a frutto “Jarvis”, il suo esordio da solista.
Seppure muova qualche perplessità, l’album ha requisiti che potrebbero portarlo nelle Top10 con molta più facilità di quanto, forse, nemmeno Jarvis stesso si aspetti. Se da un lato le attese dei fans sembrano andate deluse, dall’altro c’è un’apertura verso la musica leggera di facile consumo che potrebbe dargli soddisfazioni economiche e popolarità inaspettata anche al di fuori dell’area britannica.

Lontano anni luce dalla geniale sfrontatezza provocatoria di “Different Class” o dalle psichedeliche aperture di “This is Hardcore”, questo disco è più, come dire, ordinario. Ha un’aria di ponderata normalità e misurata rigidità e rende un po’ goffi i tentativi di inni etilici ("Don't Let Him Waste Your Time", “Black Magic”) di risultare credibili. Un po’ troppo spesso il pensiero è che Jarvis abbia preferito non rischiare ed adagiarsi su territori sicuri e probabilmente più remunerativi.
 Gli arrangiamenti austeri e qualche volta stucchevoli (le imbarazzanti “Baby's Coming Back To Me” e “I will kill you again”) fanno a gara per impegnare il cervello il meno possibile. E ci provano rielaborando malamente la scuola del maestro Paul Weller oppure il goffo songwriting di Bob Geldof (“Heavy Weathers”).

Ma, dicevamo, l’album ha anche molte buone carte: “Fat Children”, per esempio, è deliziosa. Un rozzo brit-rock a metà strada tra Iggy Pop e gli Stone Roses; “Disney Time” è una bellissima ballata sorretta dal pianoforte, che Jarvis interpreta con la sua caratteristica stonatura a ricordare un po’ il Nick Cave più romantico. Sulla stessa linea si muove anche la seguente “Tonite” che riecheggia (e finalmente!) i Pulp degli anni d’oro. Carina anche “Big Julie” dove Cocker va sul sicuro sfoderando un mood beatles-lennoniano. Insomma, forse il materiale dell’album non è tutto all’altezza delle aspettative ma è sufficiente a ricordare quanto Jarvis Cocker abbia dimestichezza con la scrittura di canzonette pop di ottimo livello. Per il capolavoro, però, ci tocca aspettare.

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