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Joanna Newsom - Ys

Ys

Etichetta: Drag City   -   Voto: 6

Brano migliore: Emily

 

Qualcuno ha definito il nuovo album di Joanna Newsom come il disco del decennio.
Dopo averlo ascoltato lunica cosa che mi viene in mente è che forse in quella frase mancava qualcosa. Potrebbe essere il disco più noioso del decennio? Ma no, non è noioso, casomai un po troppo prolisso Magari è il disco più pretenzioso del decennio? Quello potrebbe essere, sebbene lambizione non riesca a superare mai un livello di citazionismo davvero sopra le righe. Io direi che, senza voler infierire troppo,
Ys è con certezza tra i dischi più deludenti dellanno.

di Joyello


Lalbum contiene solo cinque tracce che, con lampia durata (due saggirano attorno al quarto dora), tentano di sopperire al limite creativo della loro autrice. Newsom appare, fin dalle prime note, una compositrice di deludente sbadatezza, incapace di riempire i suoi elaborati  brani con limportanza che si intravede nelle intenzioni. La curiosa attitudine musicale della Newsom non riesce a mantenere le promesse. Il suo modo di suonare larpa come fosse una chitarra elettrica non basta a connotare il suo lavoro con genuinità.
I riferimenti alle sue grandi ispiratrici finiscono sempre per ascriverle quel effetto Noschese che riesce ad ingannare qualcuno ma che lascia lamaro in bocca a chi di musica ne ha ascoltata tanta.

Joni Mitchell, Laurie Anderson e soprattutto Björk e Kate Bush avrebbero ragione di chiedere un indennizzo per lappropriazione indebita delle proprie modalità di scrittura che, per carità, a Newsom riescono pure bene ma che in nessun momento sono capaci di farci saltare sulla poltrona.

Joanna fa fatica a ritagliarsi spazi personali, preferendo terreni già praticati e comodi. Quasi mai la sua attitudine al passato riesce a suonare attuale. Le soluzioni di archi psichedelici e sognanti hanno un sapore un po troppo riconoscibile e leffetto allucinante rivendicato in realtà non è opera sua bensì frutto del maestro Van Dyke Parks.
Assieme a quelle del creatore di Pet Sounds, le mani di Steve Albini nelle sequenze più direttamente rock, e quelle di Jim ORourke in quelle più acustiche, danno tuttavia allalbum unaura di scintillante autorevolezza capace di obnubilarne, almeno inizialmente, i difetti.

Se, in effetti, i primi ascolti possono affascinare e incuriosire, sulla lunga distanza il plafond della creatività mostra la corda iscrivendo questo album tra le cose meno innovative della musica pop. Peccato: la copertina prometteva bene.

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