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Joni Mitchell - Shine

Etichetta: Hear Music - Voto: 6.5
Brano migliore: Mingus

Nel 2002 Joni Mitchell decise di tornare ad essere semplicemente Roberta Joan Anderson e ritirarsi dalle scene discografiche. Fece, per fare un esempio semplice, il contrario di ciò che in Italia ha fatto Mina: niente più dischi ma presenzialismo coatto ogni qual volta fosse possibile fare dichiarazioni velenose nei confronti delle Major discografiche.
Le sue parole dell’epoca erano piene di amarezza: "L’industria discografica è un pozzo nero ripugnante, popolato solo da pornografi e maiali interessati solo al golf e al rap", e via denigrando.

Fa impressione, quindi, scoprire che nel breve arco di cinque anni la cantautrice più influente del XX secolo si sia rimangiata tutto tornando a pubblicare dischi.
Non solo: a licenziare Shine s’è impegnata l’etichetta Hear Music, marchio della catena Starbucks.
Mitchell probabilmente avrà argomentato la scelta affermando che oggigiorno non c’è gran differenza tra l’industria discografica e le multinazionali del fast-food ma risulta comunque bizzarro se pensiamo a tutte le sue dichiarazioni al cianuro fatte nei confronti delle major discografiche contrapposte a questo nuovo contratto con una multinazionale che, nel corso degli anni, ha accumulato una quantità infinita di denunce per sfruttamento e licenziamenti senza giusta causa.

Ognimmodo, la sua storia e la sua carriera ci costringono a passar sopra a certe scelte per provare ad affrontare il disco in quanto tale. Magari, ecco, cercando di scaricarlo illegalmente.
Lei dovrebbe apprezzare, no?
Shine è il diciassettesimo album della canadese ed arriva a quasi dieci anni di distanza dall’ultimo Taming The Tiger (1998) e nasce anche come spettacolo teatrale (da cui è tratta l’orrenda copertina) con tanto di balletto e fotografie (della stessa Mitchell) presentato in anteprima il 25 settembre scorso, in contemporanea con l’uscita del disco, al Sunshine Theater di New York. L’ascolto si presenta piuttosto semplice e, soprattutto chi ha dimestichezza con l’opera di Mitchell del passato, non potrà che prendere atto della sua immutata vocalità.

Tuttavia sull’operazione forse avrei qualcosa da ridire.
Non è sufficiente reimpastare la propria scuola di scrittura per ottenere risultati rilevanti.
Qui troviamo dieci brani nati come pietre miliari per i fans che fanno tornare alla memoria una quantità di Joni Mitchell del passato davvero imbarazzante.

L'acuto liricismo di Blue (1971) e il jazz di marca di Mingus (1980) fanno capolino in maniera troppo invadente tra le note di queste nuove canzoni e se ciò non bastasse, ad un certo punto della scaletta arriva, in maniera quasi indolente, addirittura un nuovo arrangiamento della vecchia Big Yellow Taxi (Da Ladies of The Canyon, 1970).

Molte canzoni appaiono talvolta sovrabbondanti e in qualche circostanza si scorge poco senso della misura.
Non vorrei parlare di autocompiacimento ma non è raro trovarsi immersi nella noia (This Place, If I Had a Heart). Un peccato perché alcune tracce risultano, al contrario, davvero convincenti e se Hana ha un arrangiamento efficace e innovativo, If, impreziosita dal pianoforte di Herbie Hancock, rasenta la perfezione lasciando che la voce di Joni vi si adagi con una ritrovata naturalezza



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