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Kings Of Convenience Riot On An Empty Street

Etichetta: Source/Virgin Voto:7+
Brano Migliore: Cayman Island
 
Tutto cominciò da loro. Se per seguire il trend acustico siete stati costretti a disfarvi dellamato distorsore dovete prendervela con questi due nerd (senza puntini) norvegesi, che tre anni fa pubblicarono il loro disco-manifesto Quiet Is The New Loud.
E fu subito New Acoustic Movement.

 
Se la sono presa decisamente comoda prima di pubblicarne il seguito. In questi tre anni ci sono stati un album di remix eccellenti (Versus), e soprattutto il distacco tra i due protagonisti, dedicatisi ad attività decisamente differenti: Erlend Øye, locchialuto che sembra uscito da un cartone animato, si è bevuto il cervello pubblicando lanno scorso un disco solista dance, mentre Eirik Bøe (due ore a cercare la o tagliata nei simboli di word, maledetti) un po di cervelli ha cercato di metterli a posto con il praticantado per i suoi studi di psicologia.
 
La formula di questo Riot On An Empty Street non poteva che essere che la stessa del precendente: arpeggi acustici, bossanova a tratti, un delicato cantato a due alla Simon & Garfunkel ed una scrittura intelligente ed impalpabile che sin dal primo ascolto disegna in faccia allascoltatore unespressione assorta e lievemente ebete.
Nonostante tutto ciò però, per fortuna, questo lavoro non si presenta come una mera e comoda riproposizione del passato. Lintenzione di smarcarsi dalla facile etichetta N.A.M. e lambizione di andare oltre si percepiscono chiaramente, ma sempre nello stile del gruppo: sottovoce.
Si percepiscono nella cura maniacale dedicata ad ogni singolo dettaglio (600 ore di registrazione per 45 minuti di disco), nella presenza di suoni ed atmosfere nuove: lo strano matrimonio tra banjo e tromba in Sorry Or Please, il ritmo pseudo-dance di Love Is No Big Truth e Id Rather Dance With You, la voce femminile in Know How e The Build Up (Damien Rice non è passato invano a quanto pare) e soprattutto in una maggiore varietà che, a differenza dellalbum precendente, fa arrivare allultima traccia senza neanche mezzo sbadiglio e senza la tentazione di schiacciare il tasto "skip".
Il resto, cera da aspettarselo, lo fa la leggerezza delle solite belle canzoni a cui i due ci hanno abituato, prima tra tutte una Cayman Island che ha tutte le carte in regola per diventare un classico del gruppo.
 
Un disco decisamente fuori stagione, con il quale afa e granite alla menta si sposano davvero male.
Ma tantè: visto che oramai cè, provate ad usarlo come uno splendido antidoto ai tormentoni festivalbaristi.
Il risultato è garantito.
 
 
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