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Lightspeed Champion - Falling off the Lavender Bridge

Etichetta: Domino - Voto: 6,5
Brano migliore: I Could Have Done This Myself





D
evonte Hynes, per chi se lo ricorda con Test Icicles, è quel tizio che pensava che abbinare gli arpeggini col-flanger del brit-pop più psichedelico alle pennate pesanti del Metal fosse la chiave per la musica del futuro. In realtà il risultato lasciò tutti piuttosto perplessi. Come a dire: “Si, ok… abbiamo capito che cosa intendi ma…” c’era un ma, rimasto sempre sospeso.

Dev’essere questa la ragione per cui in Falling off the Lavender Bridge di Lightspeed Champion (nuova ragione sociale per l’attività di Dev Hynes) il cambio di rotta appare così radicale. Quindi. Se vi aspettate qualcosa anche vagamente somigliante ai Test Icicles, fate immediatamente reset, poiché qui non lo troverete. Quelle del primo album targato Lightspeed Champion sono canzonette d’impronta cantautorale, disegnate, si direbbe, per diventare tormentoni da fischiettare e ballucchiare in giro per casa con tutti gli evidenti riferimenti del caso dai Beatles (di Harrison) nel delizioso singolo Galaxy of The Lost fino ai Lemonheads di Midnight Suprise.

Si tratta di un album d’esordio ben confezionato che sta facendo urlare al miracolo gran parte della critica. Così, giusto per smorzare un po’ gli entusiasmi e fare il bastian contrario, vorrei rassicurare tutti quelli che si sentono fuori dal mondo per non avere ancora questo disco, tranquillizzandoli sul fatto di non trovarci per niente al cospetto di un capolavoro e che, addirittura, ci siano un paio di canzoni al di sotto del livello di mediocrità.

La ballata in aria natalizia All To Shit e il pappone sinfonico Devil Tricks for a Bitch vorrebbero essere dissacranti amalgamando un testo “forte” a musiche soavi e sognanti ottenendo in cambio solo qualche sbadiglio e l’utilizzo del tasto next. Poco male, direte voi, due pezzi bruttini su dodici non è grave. E difatti il resto del disco non ha cadute di tono altrettanto percettibili con anche momenti d’ottima musica. I Could Have Done This Myself, sia pure coi riferimenti evidenti alla scuola di Arcade Fire, è davvero qualcosa. Una specie di brano pop rock perfetto dove s’incontrano gli arrangiamenti sinuosi degli archi, con il tappeto dell’organo Hammond, la leggerezza della chitarra acustica e un crescendo di voci e cori che s’intrecciano in un tourbillon di freak-power e folk sinfonico bello come il sole.

Il suono generale del disco, pur avendo rimandi evidenti al pop britannico, è decisamente americano. È difatti stato realizzato ad Omaha con la supervisione di Mike Mogis (dei locali Bright Eyes) e i musicisti di Tilly And The Wall, Faint e Cursive. Come a dire che ad amare Falling off the Lavender Bridge saranno probabilmente più i seguaci del giro Saddle Creek che i fans della Creation. Il violino country di Let The Bitches Die mette davvero a dura prova. Ma a riportaci sulla terra arriva presto il mid-tempo di squisita fattura della conclusiva No Surprise, evidentemente ispirata a certi lavori degli R.E.M (ma Stipe, Buck e Mills pagherebbero oro per avere ancora l’ispirazione a questo livello). Francamente mi sarei risparmiato la stucchevole coda strumentale, ma è un dettaglio davvero irrilevante.

Devonte Hynes, in questa sua nuova configurazione, fa venire spesso alla mente quel piccolo genio di Badly Drawn Boy con quale condivide una geniale capacità compositiva ma anche un certo gusto per gli eccessi che, mentre promuovo in ogni caso le buone intenzioni di quest’esordio, mi auguro verrà smussato dalle prossime prove.


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