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Maler - Dell'ora e del mai

Etichetta: Irma Records - Voto: 7.5


A me pare roba che scotta, questa qui. Roba di cui innamorarsi. “Prudenza, prudenza”, mi dico. Prudenza perché non è un disco geniale, non prende il volo come fanno i capolavori (che è un parolone, non dimentichiamolo). Non è un disco di rottura nella canzone italiana, non esprime chissà che originalità. Però, però… Provo a fare un paragone azzardatissimo: “All’una e trentacinque circa” di Capossela è un disco geniale? No, di certo. Però c’ha il seme del genio, la radice. Ebbene, a me pare che “Dell’ora e del mai” di Maler abbia la stessa puzza.
Mentre diamo il tempo a Maler per farci capire se si tratta solamente di un disco riuscito oppure dell’inizio di un cammino in ascesa, parliamo di questa bell’opera prima.

Maler ha capito cos’è la canzone: sintesi fra musica e parole. E quello che ha questo album è che suona bene, che non stona e quadra (quasi) sempre. Anche se, pur non facendo pesare la bilancia né da un lato né dall’altro, la specialità di Maler è la macchina da scrivere, i testi che tanto bene descrivono atmosfere vaghe e scure, con suggestive incursioni alla tradizione italiana, all’oriente e agli inferi bui. Testi maturi, saggi (eccetto lo scivolone con “Difficile l’amore”), dove – e qui sta la vera peculiarità – non sembrano pesare tanto il senso e il contenuto, quanto la disposizione, la misura, la scansione, la musicalità delle parole. Non a caso, ha ricevuto il Premio Siae/Club Tenco 2006 con questa motivazione: “Cantautore dalla fisionomia originale, che ha saputo assimilare i modelli più alti della canzone d’autore per adattarli alla propria personalità, nei testi come nella musica come nel canto, Maler offre un incoraggiante spiraglio per guardare con curiosità a nuovi possibili orizzonti per la musica italiana”.

Versi che hanno spesso capacità di far scaturire un ritmo pressoché da soli, maneggiati con una consapevolezza insolita per gli esordi. Che so, il disco è pieno di folgori come “non ho pace / non sono capace / di pace / io no” (da “Carmelita”), oppure di abili e volontari cambi d’accento come “Kideir? Leebes? / Leebes! Miracolò / Dono selvaticò” (da “Leebes”). Versi che si tuffano in una vera e propria visionarietà, da saggia follia, come nell’acuta “Demone del tardi”, apice del disco, tra l’altro mandata in onda da Fiorello e Baldini a “Viva Radio2” prima dell’uscita del disco. Un pezzo eccellente, con tanto di miscela pop. Ma non quel pop abusato che ti fa storcere la bocca: l’incidentale pop – che pure pesa tantissimo – che influenza l’album è sapientemente modulato, con sagace gusto.

Ed è ovviamente l’ora di fare un plauso a Giancarlo Di Maria, coautore di quasi tutte le musiche, amoroso produttore e curatore degli arrangiamenti. Arrangiamenti raffinatissimi, che spaziano dal pop alla tradizione balcanica – infilandoci tanto tastiere e sonorità elettroniche quanto quartetti d’archi e fisarmoniche - che prendono il proprio spazio in ampie zone esclusivamente musicali, nelle quali Maler si avventura in orecchiabili vocalismi, zumpappando allegramente.
Certo, Maler esagera un po’ con la voce. Un po’ troppo artificiosa, tira fuori certi bassi che, a furia di sembrare espressivi, diventano un po’ piatti. Il gioco a volte riesce bene, come nell’umbratile “Prima dell’amore” (“io ti ho amata sempre / io ti ho amata sa / prima, molto prima / dell’amore che mi dai”), a volte meno, come nella pur valida “Le fonti”. Ottima partenza. Per il futuro, vedremo.
Anzi, ascolteremo.

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