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Manu Chao - La radiolina

Etichetta: Virgin - Voto: 7
Brano migliore: Me Llaman Calle

Abbiamo aspettato sei anni per avere un disco nuovo di Manu Chao.
Lui, che con i Mano Negra alla fine degli anni 80, è stato senza dubbio uno dei più formidabili intrattenitori ed innovatori del linguaggio del rock, ha portato negli anni 90 una nuova deliziosa forma di scrittura che, sebbene risultasse riconoscibile dalle prime note, aveva perso velocemente lo smalto iniziale.

Sicché l’ambasciatore cosmopolita della nuova musica di protesta ha fatto la cosa giusta: s’è fermato, ha dato tempo al tempo ed ha studiato bene la modalità con cui riapparire sulle scene, senza stravolgere il suo mondo ma senza dovere a tutti i costi ripercorrere le stesse strade.

La cosa che immediatamente viene percepita ascoltando La Radiolina è proprio lo sforzo messo in atto per cercare di rinnovare la sua eterna Patchanka in modo che apparisse rinnovata, rimanendo familiare alla maggior parte di noi. Principalmente la grafica della copertina non da adito a dubbi: questo è proprio un disco di Manu Chao, in secondo luogo la sua voce (non esattamente meravigliosa ma sicuramente caratteristica ed unica) e, per finire, un ritorno a certo rock che fa tornare alla mente i Mano Negra molto più di Clandestino.

La ricetta è la stessa che Chao propone fin dai suoi esordi con gli Hot Pants (1986): tipicità rock con influenze ska, reggae, punk e timbri caraibici ed Afro. La sua è musica popolare per definizione poiché contiene elementi di suoni familiari ad ogni popolo del mondo e questo suo nuovo disco, sebbene difficilmente finirà per diventare un caposaldo della musica leggera, contiene elementi talmente stimolanti che è impossibile rimanere del tutto indifferenti.

Manu Chao ha la capacità di raccontare storie grevi e di mettere il dito nelle piaghe della società con la stessa disinvoltura con la quale parla d’amore e di bisboccia.
La sua gioia di vivere e di suonare viene sempre prima di tutto, trasformando ogni momento in un’occasione per riflettere sulle cose senza appesantire mai l’atmosfera. Va anche ricordato che l’aspetto “sociale”, questa volta è un po’ messo in disparte (sebbene non del tutto, è evidente) per lasciare che l’impressione ricevuta dall’ascolto dell’album sia principalmente musicale, senza necessità di lanciare proclami e doversi sentire di nuovo il peso di essere portavoce di qualsivoglia movimento. Il dono della sintesi, poi, fa il resto: artefice del ritorno della canzone da due minuti che in epoca Mano Negra aveva addirittura portato in classifica una canzone che nemmeno li raggiungeva (King Kong Five, 1'55”), l’album contiene ben 21 tracce ognuna con estrazione e timbro diversi ma con una precisa coerenza, assemblate come se si trattasse di una selezione radiofonica (da cui il titolo del disco).

Ci sono momenti rockettari e brillanti, altri più pacati di inevitabile impegno sociale e altri ancora di malinconica intimità, sempre nel pieno rispetto del linguaggio del suo autore. Oltre alla risaputa collaborazione con i nostri Roy Paci e Angelo Mancini (entrambi alla tromba) c’è anche da segnalare la prima volta di Manu Chao in lingua italiana (A cosa) grazie al duetto con Tonino Carotone. Gli altri collaboratori sono i soliti amici di sempre, con anche qualche vecchio compagno dei Mano Negra. Insomma se cercate qualcosa di rivoluzionario, lasciate perdere questo disco e passate avanti. Se invece ritrovare un vecchio amico vi fa sempre piacere, provate a far suonare questa Radiolina pioché probabilmente ne ritroverete uno pieno di cose da raccontarvi.



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