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Matteo, X-Factor e la liberazione del neomelodico

Dire che Matteo Becucci non meritasse di vincere la seconda, ricchissima edizione di X-Factor è quantomeno ingeneroso. Perché, sotto il profilo canoro, il livornese è risultato oggettivamente il migliore fra tutti i concorrenti che quest'anno hanno animato il talent show di Rai Due. La padronanza del più complicato degli strumenti qual è la voce, la sicurezza sul palco come non ne dispone nemmeno chi è del mestiere da anni, la pulizia dell'interpretazione e la disponibilità dimostrata a Morgan e al vocal-coach Andrea Rodini in un percorso di "svecchiamento" del repertorio e di "nostranizzazione" ne hanno fatto giocoforza il vincitore.

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C'è chi dice che è troppo vecchio (e che magari se la finalissima fosse andata in onda su Rai Due, a vincere sarebbero stati i tanto celebrati Bastardi). Chi sostiene che la classicità del suo impianto vocale non porti nulla di nuovo al panorama italiano, e ancora che Morgan si sia suo malgrado ritrovato a occuparsi di un interprete collocato anni luce dalle sue personali inclinazioni.

Matteo vince X-Factor: verdetto giusto?

A onor del vero, la vittoria di Becucci ha almeno un grande merito: il riscatto dell'abusatissimo termine "neomelodico". Matteo è un autentico neomelodico italiano, dotato di una voce potente e di una naturale predilezione per brani che a questa voce prestino molto spazio. D'altra parte, non ha nulla a che vedere con la mesta cerchia napoletana che da anni va fregiandosi di un titolo che non le spetta culturalmente parlando e ha dimostrato abilmente che, da quella piattaforma magari un po' "sentita", può muoversi come solo un ottimo professionista sa fare su territori diversi, dai Queen agli Spandau Ballet.

Gli scatti più belli dalla finalissima

Quindi, alla fine della fiera facchinettiana e valutando ex post le sorti discografiche del nostro paese, Matteo ha evidentemente intercettato un gusto diffuso e che alberga sottopelle un po' di tutti gli italiani sin dal povero Modugno, per dirla con Renato Zero. Figuriamoci in prima serata su Rai Uno. Ovviamente, c'è dell'altro e c'è del nuovo nell'Italia musicale che vive ogni giorno in decine di locali, concerti ed eventi. C'è la voce graffiante di Noemi (che si sta facendo rispettare anche senza il titolo di vincitrice) c'è l'attitudine punk (per modo di dire) e di colto intellettualismo citazionista dei Bastards Sons of Dioniso (ahi quanto li avrebbe voluti Morgan quei tre, quest'anno...) e l'alone emo che Chiarastella ha fatto intravedere per qualche giorno.

Da X-Factor esce dunque un dipinto senz'altro incompleto e superficiale (suvvia, non stiamo qui a citarci band dai nomi sconosciuti che suonano stoner e distribuiscono 500 copie: rispetto assoluto, ma qui stiamo ragionando su altri livelli) ma senza dubbio più esautivo dell'anno scorso di quel che gira per gli iPod della gente.

Il cruccio, semmai, è un altro – e non è certo una questione dei singoli personaggi, ma di sistema: dove mai finirà questa povera Italia piena zeppa di raffinati interpreti, sopraffini danzatori e ugole d'oro?

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