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MUSE - Black Holes and Revelations

Etichetta: WEA  -  Voto 6.5

Pezzo migliore: Supermassive Black Hole

 

Nati artisticamente dieci anni fa, i MUSE sono, alla soglia del quarto album, ancora considerati un gruppo giovane. Capace di cifre da capogiro (2 milioni e 300 mila copie solo del precedente Absolution) questa band di Devon, Inghilterra, è capace di accontentare un pubblico vastissimo senza produrre sciocchezze.

Devoti dei Radiohead più squisitamente rock, Bellamy, Wolstenholme e Howard realizzano un altro piccolo gioiellino di pop rock immediato e gigione.

 

Black hole and revelations continua a pagare i tributi alla band di Yorke, così come gli Audio2 in Italia hanno fatto con Lucio Battisti, regalando al pubblico quello shoegaze turbolento e inquietante capace di finire nella Top10 senza necessariamente avere caratteristiche da BoyBand.

Dal vivo hanno una potenza come pochi e nei dischi, pur senza sonorità rivoluzionarie, hanno la apprezzabile capacità di ingaggiare team produttivi di tutto rispetto in grado di confezionare lavori di eccellente qualità sonora.

Se una cosa non convince è, quindi, solo il poco coraggio di lanciarsi in nuovi terreni preferendo rimanere ancorati a una produzione senzaltro buona ma carente in evoluzione stilistica. Pure  stavolta, ed è stato chiaro già dal primo singolo (SuperMassive Black Hole), dove la voce in falsetto e le svisate chitarristiche trasudano OK Computer come mai prima, il difetto è soltanto quello.

Un peccato. Soprattutto in considerazione dellindiscutibile capacità (soprattutto tecnica) dei tre ragazzi che potrebbe, con un piccolo sforzo, portarli a realizzare dei capolavori e che invece li costringe a reiterarsi in questo semplice e (diciamolo!) remunerativo metodo di lavoro.

Anche per la copertina, comunque bellissima, MUSE preferiscono la citazione alloriginalità e limmagine,  dello studio Hipgnosis (quello dei Pink Floyd, sì!), si sbizzarrisce a rievocare a destra e a manca artwork storici del rock inglese.

Le volte in cui la strada sonora vira verso qualcosa di diverso, non riesce a liberarsi del morbo del tributo. E  saltano fuori anche i primi gloriosi QUEEN con le armonie vocali che ne hanno caratterizzato la produzione storica (Soldiers Poem e Knights of Cydonia su tutte),

Con ciò detto, lalbum suona che è una bellezza. Talmente pop, leggero e furbo che diviene difficile sottrarsi alla contagiosa melodia che tutti gli undici pezzi trasmettono.

Da portare in spiaggia, in palestra e in autobus per trovarsi, dopo un paio di ascolti, a canticchiare a memoria una qualsiasi delle canzoni.

Considerandolo un disco di transizione, ci auguriamo che i MUSE giungano presto alla realizzazione di qualcosa che valorizzi finalmente e veramente le loro indiscutibili capacità.

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