Bloc Party - A weekend in the city

15:40 mer 17 gennaio 2007

Etichetta: Wichita - Voto:

8.5

Brano migliore:

Song for Clay

Mi aspettavo molto dal secondo album dei Bloc Party, compreso il poterne rimanere deluso.
Se “Silent Alarm” può essere considerato uno dei migliori dischi d’esordio di sempre, è facile immaginare con quanta aspettativa fosse atteso il suo seguito.
Difatti ho messo a suonare A Weekend in the City con un certo pregiudizio. Forse vi sarà difficile crederlo, e se avete poi letto in giro un po’ di critiche vi sembrerà impossibile, ma l’album mi è sembrato di molto superiore del bellissimo antecessore. E se il pregiudizio di cui sopra va aggiunto a quest’ottima sensazione, il disco assume istantanemanete caratteristiche d’imperdibilità.

Bloc Party è una band molto versatile che possiede la squillante capacità di mettere insieme note, idee e suoni per fare, in due semplici parole, grandi canzoni.
Le velleità non sembrano altisonanti e questa è la dote che meglio caratterizza il loro metodo di scrittura. Un’attitudine alla musica pop di lusso che li pone tra le grandi speranze del rock di domani.

A Weekend in the City, dunque, suona come un piccolo miracolo se consideriamo il difficile incarico di avere pubblicato un disco d’esordio così ingombrante. Prima di farvi saltare alle conclusioni vorrei che fosse chiaro che il lavoro della band per questo nuovo capitolo, suona piuttosto innovativo pur prefiggendosi il mandato di continuità con le sonorità così ben architettate e messe a segno nel precedente. Il loro, adesso, è un suono personale, maturo e connotato.

La prima canzone (Song for Clay) entra soffusamente, con poche note di chitarra e una tastiera di sottofondo che sorreggono l’intro vocale di Kele Okerke e che esplode, dopo un minuto esatto, in un ossessivo rullante sui quarti su un telaio armonico generoso e malinconico.
Un pezzo di musica talmente buono da mettere subito l’ascoltatore nella condizione di affrontare il resto del disco nella maniera migliore. Il disco prosegue con Hunting for Witches che ci riporta, per qualche minuto al revival New Wave già sperimentato con Silent Alarm ma aggiungendo ingredienti di ricercata attualità (sequencer e campioni di voce che si intrecciano con la ritmica) che ne rinfrescano l’attitudine.

Stupenda e a suo modo epica è The Prayer che esordisce con una sorta di coro campionato, che modula una curiosa armonia vocale, su una ritmica dispari molto vicina al lavoro dei TV on The Radio e che si apre su un ritornello succulento e consistente.
La più Bloc Party di tutte è senz’altro Uniform che inizia (e finisce) un po’ in sordina per esplodere dopo un paio di minuti col classico carattere della band per la gioia dei fans. Ovviamente ci sono anche degli episodi minori e se On sembra solo un po’ poco ispirata, sicuramente I Still remember ha un quel nonsoché di U2 che non si perdona facilmente. Pazienza, se il resto del disco ha un livello così buono. Anche la lunga ballad Kreuzberg, sia pure nei suoi mille riferimenti (da Gabriel agli R.E.M.) riesce a ritagliarsi un piccolo spazio nei nostri cuori entrandoci lentamente. Le prime volte passa quasi inosservata e qualche ascolto dopo ci si accorge di esserne totalmente devoti. Più o meno si possono usare le stesse parole per la conclusiva SRXT che viene arricchita da un pomposo crescendo strumentale che sembra fatto apposta per affascinare il pubblico durante i concerti del tour.

Tour che la band ha già iniziato e che arriverà in Italia a primavera, giusto in tempo per permettere a noi italiani di imparare queste canzoni per poi andarle a cantare a squarciagola sotto il palco. Il 12 Maggio a Bologna (Estragon) e il 13 a Milano (Alcatraz).


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