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Opera: Elektra, più attuale che mai

Un'intensa edizione dell'opera in due atti di Richard Strauss, in scena al Costanzi, richiama temi e tormenti dei nostri giorni.

 
a cura di Attalea
 
Ho seminato tenebre e raccolgo gioia su gioia. Ero un nero cadavere tra i vivi e ora sono il fuoco della vita, la mia fiamma squarcia le tenebre del mondo. Il mio viso deve essere più bianco del chiarissimo viso della luna. Chi posa su di me lo sguardo, deve cadere morto o deve soccombere alla gioia. Vedete il viso mio? Vedete il fulgore che da me si irradia?

Sembrerebbe un canto di gioia, e in effetti, drammaticamente, lo è.
E il mostruoso canto finale con cui lElektra di Richard Strauss esulta per lavvenuta vendetta: il duplice omicidio è compiuto, sua madre Clitemnestra e il nuovo marito di lei, Egisto, sono caduti sotto i colpi di Oreste.
Il padre, Agamennone, è finalmente vendicato.
Elektra, che ha vissuto nutrita e sostenuta solo dalla forza dellodio, si consuma ora in pochi, selvaggi passi di danza e poi, miseramente, cessa di esistere.
Non si sa se muoia, nel libretto di Hugo von Hofmannsthal dallomonima tragedia di Sofocle non è specificato, non ha importanza del resto, perché Elektra non è altro che odio e desiderio di vendetta e quando si placa il primo e si compie la seconda, la sua stessa esistenza perde ogni senso.
Impossibile non avvertire un certo sgomento per lattualità di questopera, messa in scena al Teatro dellOpera, con le scene di Ezio Toffolutti che ha proposto lambientazione degli interni del Teatro La Fenice di Venezia appena divorati dal rogo che lo incendiò nel 1996. Suggestivo scenario di distruzione e desolazione, inquietante emblema, nellinterpretazione dello scenografo e del regista Henning Brockhaus, anche dellabbandono di cui soffre, oggi più che mai, il mondo della cultura, e non solo in Italia.
Ma più ancora turba, o meglio sconvolge lo stravolto mondo di passioni ancestrali che da Sofocle, attraverso la rielaborazione pre-freudiana di Hofmannsthal, arriva a noi che oggi, nellepoca dei kamikaze, conviviamo quasi ogni giorno con stragi collettive in nome di giuste ed esultanti vendette, addirittura di sante rivendicazioni. Elektra trascura del tutto gli antefatti e le motivazioni delluccisione di Agamennone, in lei tutto è cieco, non esiste alternativa alla distruzione, anche la voce della dolce sorella Crisotemide che le canta la voglia di vita suona a vuoto, senza speranza, desolata. E la sua vita serve ormai solo al compimento della vendetta, unico obiettivo degno di senso e unica sua fonte di felicità.
La musica di Strauss, composta nel 1909, opera di confine tra la produzione post-wagneriana e quella espressionistica, racconta questa storia con toni tesi e ritmi incalzanti, resi egregiamente da Will Humburg, chiamato a sostituire sul podio Alain Lombard, colpito da indisposizione. Humburg ha saputo guidare lorchestra in uninterpretazione coinvolgente, intensa e profondamente sentita in ogni passaggio, fino al tremendo finale, che il maestro ha definito, con un un po di ironia, una droga, una delle cose più pericolose che esistano.
Cè infatti, nella musica di Strauss, la potenza di Wagner, ma senza quella forma di autovisione del pathos che contraddistingue questultimo e che ne stempera, nel distacco critico, i messaggi di esaltazione. Qui invece il finale è un inno pieno di luce e di gioia, il delitto si festeggia senza riserve, il delirio è pubblico e totale. Spaventoso.
Impressionante, ma qui in positivo, linterpretazione della newyorkese Janice Baird, che ha sostenuto il difficile ruolo senza cedimenti e dimostrando una notevole espressività, ben accompagnata da Karen Armstrong nei panni di Clitemnestra e da Tina Kieberg, delicata Crisotemide. Buone anche le interpretazione di Hartmut Welker, Oreste e di Stuart Kale, Egisto. Ultima nota di merito per i costumi di Nanà Cecchi, dotati di tutto il fascino dellantica Micene e del respiro della modernità, una bella reinterpretazione in chiave contemporanea del mondo classico.
 

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