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Opera: Nucci, il Leone della lirica

Ci sono argomenti e persone di cui è impossibile parlare senza pathos.
La combinazione lirica/Leo Nucci in questo senso è addirittura esplosiva (personalmente devo in buona parte a lui la passione per l'opera, ma non sono né un caso né un'eccezione, perché di "vittime" negli anni il buon vecchio Leo ne ha fatte parecchie).

Del resto stiamo parlando di uno dei baritoni più famosi del mondo e di uno di quei rari professionisti che all'età di 62 anni, con alle spalle quasi 30 anni di carriera da solista, se ne va in giro per i teatri regalando "a piene corde" emozioni più vive che mai.


Il teatro questa volta è il Comunale di Bologna, l'opera è ancora Rigoletto di Giuseppe Verdi, diretto da Daniele Gatti. La regia di Giancarlo Corbelli con le scene di Paolo Tommasi risale al Maggio Musicale Fiorentino del 1988, ma conserva un fascino sempre attuale fatto di giochi di specchi, prospettive e citazioni pittoriche molto scenografiche, come l'orgia rubensiana attraverso la vetrata impiombata, all'inizio del primo atto.

Gilda - la figlia di Rigoletto che sacrificherà la propria vita per salvare quella del Duca di Mantova - è interpretata dalla brava Elizabeth Norberg-Schulz: la voce è bella, ma il fraseggio lascia un po' a desiderare, così come l'interpretazione del personaggio. La sua Gilda ha una purezza soave che in nulla lascia presentire quel filo drammatico che le appartiene per destino e che la porterà ad esser "colta dallo stral" della "giusta vendetta" di suo padre. Più convincente l'interpretazione di Roberto Aronica, Duca di Mantova impetuoso e libertino, con momenti di misurato romanticismo. Ottima, sia sul piano vocale che su quello interpretativo, anche la prova di Mary Ann McCormick nei panni di Maddalena; Mario Luperi è uno Sparafucile tradizionale, cupo e tonante sicario dall'etica sorprendente ("Uccider quel gobbo! Che diavol dicesti! Un ladro son forse? Son forse un bandito? Qual altro cliente da me fu tradito? Mi paga quest'uomo, fedele m'avrà").
In questo mondo di destini amari - Sparafucile, la reclusa Gilda, e, soprattutto, i cortigiani - incespica e striscia il claudicante Rigoletto il buffone, o meglio, "la larva del buffon".

Prima dello spettacolo, Leo Nucci mi riceve in camerino per una breve intervista.
Appena accenno alla "cattiveria" di Rigoletto, lui dice: "Cattivo... a volte la vita ci rende cattivi, è uno che lavora in miniera, a 1500 metri sotto terra, in un cunicolo di 50 cm, obbligato a fare un lavoro tremendo...".
Lì per lì il paragone mi lascia perplessa, lo guardo cercando di mettere a fuoco il senso più allargato della sua affermazione.
Ma lui continua, citando l'opera: "O uomini, o natura, vil, scellerato, mi faceste voi. Oh rabbia esser difforme, esser buffone, non dover, non poter altro che ridere, il retaggio d'ogni uom m'è tolto... il pianto. Questo padrone mio, giovin, giocondo, sì possente, bello, sonnecchiando mi dice: "fa' ch'io rida, buffone", forzarmi deggio e farlo. Oh, dannazione!"

Mentre parla, il mio sguardo va per un attimo alle sue spalle, al costume di scena appeso vicino alla porta. Lui se ne accorge e ridendo mi dice "Guardi il vestito, eh... dopo ti faccio sentire quanto pesa!".
Sorrido anch'io, già solo a vederlo, in effetti, lo si immagina.
Ma quanto e come realmente pesi quella casacca variopinta, lo si capisce solo in teatro, quando prima che tutto abbia inizio, mentre ancora l'orchestra suona il preludio, Rigoletto, chino a terra, illuminato lui solo nel palcoscenico spento, se l'infila con un gesto grave e lo sguardo sgomento.
Poi, come una giostra colorata che inizia a girare, parte la storia e prende vita la festa a corte, risuonano gli scherzi meschini del giullare storpio, balenano gli sguardi, le risate, le frasi oblique dei cortigiani mentre il Duca, esultante, canta "questa o quella per me pari sono". E Rigoletto, qui, con le sue infami battute e la casacca ben calzata, è tra gli esseri più infimi che si possano immaginare: ruffiano, perfido e vigliacco.

Ma quelli come lui, quelli cattivi solo per miseria, non la fanno franca a lungo - "vince sempre il più forte" mi ha spiegato "il Leone" in camerino - c'è sempre qualcuno che a un certo punto si ribella, una vittima che non si rassegna all'offesa e che in qualche modo, magari solo con un'invocazione, innesca il processo che porterà il più debole, buono o cattivo che sia, alla rovina. Non a caso, in questa edizione di Rigoletto, più che in altre, viene data importanza alla figura di Monterone, il padre che dopo l'umiliazione della figlia lancia al buffone la Maledizione. "E tu, serpente, tu che d'un padre ridi al dolore, sii maledetto!".

Da questo momento Rigoletto non è più lo stesso. Senza la casacca del mestiere e con la maledizione sulla gobba, se ne torna a casa immerso in pensieri inquietanti e quando per strada incontra Sparafucile, si rivede in lui, in un sicario che per denaro è disposto a uccidere. "Pari siamo, io ho la lingua, egli ha il pugnale. L'uomo son io che ride, ei quel che spegne".
Quanto male possono fare le parole, le risate di scherno: possono ferire a morte, proprio come un pugnale. Rigoletto lo capisce solo ora che qualcuno ha reagito e l'ha chiamato serpente, gli ha buttato in faccia tutto il dolore di un padre, proprio a lui, cui rimane solo Gilda come unica occasione per essere un uomo migliore.
E magari, se la storia finisse qui, Rigoletto diventerebbe davvero un uomo migliore, si cercherebbe un altro lavoro, chissà.
Invece la storia continua e diventa il racconto di una maledizione che si avvia a compimento a braccetto con la famosa "ironia della sorte": Rigoletto viene fatto a sua volta vittima, da parte dei cortigiani, di uno dei suoi scherzi: Gilda viene rapita per andare ad allietare una delle serate del Duca.

Quando la mattina dopo il rapimento, Rigoletto entra a corte per carpire informazioni sulla figlia - nessuno gli ha ancora detto dove si trovi Gilda, ma lui ha già capito - porta la casacca poggiata su una sola spalla: non ha ancora deciso chi essere, come trattare con quella folla compatta di esseri odiosi che tuttavia è abituato a riverire. Non sa cosa convenga fare, se essere aggressivo come un padre o supplichevole come un buffone, se uscire allo scoperto con accuse dirette o lasciar piuttosto intendere con qualche domanda allusiva...
Il dilemma, comunque, dura poco e "Cortigiani vil razza dannata" è l'esplosione: il buffone getta la casacca, libera finalmente tutto il suo disprezzo e si rivela, all'improvviso, padre e uomo migliore davanti agli odiati complici di giochi crudeli.
E' il suo momento di gloria, il buffone, il difforme si ribella ai potenti, e con che forza!

Ma... "vince sempre il più forte" ha sentenziato il "Leone" in camerino...
Due secondi dopo lo sfogo, Rigoletto è in ginocchio, prega e piange, chiede perdono e pietà, implora che gli restituiscano la figlia... è tutto ciò che chiede e che vuole. Lo accontentano, ormai...
Questa per Rigoletto è l'ultima umiliazione, quella che non può più perdonare, neanche se a chiederglielo è Gilda. Tutto gli brucia dentro, gli anni di forzato divertimento, l'odio per i cortigiani, l'offesa subita, la sua stessa ultima e definitiva prostrazione.
Siccome è debole medita la vendetta, siccome è debole si rivolge a Sparafucile, siccome è debole tutto gli andrà male, siccome c'è qualcuno che è ancora più debole di lui - sua figlia - sarà lei a pagare per tutto e per tutti. Fine della storia e della lezione di vita.

Così, quando arriva davanti alla casa di Sparafucile per il fatidico appuntamento in cui il sicario dovrebbe consegnargli il cadavere del Duca, Rigoletto canta: "L'uscio è chiuso... ah, non è tempo ancor!". E lo canta proprio come me l'ha cantato il maestro in camerino... con un accento che vuol dire che il tentativo del debole di ribellarsi in un mondo ancora e sempre regolato dalla legge del più forte è senza speranza: così è la vita.

E così è anche sul palcoscenico, dove il "Leone" domina sugli altri interpreti e sugli spettatori avvinti. E' il più forte, ma, almeno, nel suo caso, si tratta di una forza tutta e solo buona, fatta di una grande esperienza e di una profonda attitudine a concedersi completamente al personaggio, oltre che di un'eccezionale capacità comunicativa.
Emoziona il cantante, la cui voce è tanto ricca di sfumature, piena, calda e brillante; coinvolge e commuove l'attore che negli anni non ha mai smesso di cercare le verità della vita tra le pieghe del verismo verdiano e la cui interpretazione oggi è più essenziale e più efficace che mai.

"Non dobbiamo fare l'errore di vedere l'opera in modo romantico" - dice - "dobbiamo cercare la verità della vita. Rigoletto è il capolavoro di Verdi perché ci sono tutte le situazioni umane, tutti i sentimenti: c'è l'arroganza del potere, l'uomo disposto a uccidere per denaro, i cortigiani, la purezza della ragazza innamorata, la prostituta che alla prima parola d'amore, anche se non vera, si innamora... E alla verità di ognuno bisogna concedersi, non dobbiamo portare noi stessi sul palcoscenico, dobbiamo portare il personaggio così come l'ha pensato l'autore, con le sue caratteristiche e le sue più intime sofferenze. Anche io ho fatto l'errore di guardare all'opera in modo romantico, ma poi ho capito che il teatro è "vita che va vissuta ogni momento".

Torniamo al suo Rigoletto - interpretato più di 400 volte - sempre più apprezzato dalla critica e amato dal pubblico. "Negli anni è molto cambiato, sai" - mi dice.
E infatti il suo giullare, oggi, è meno buffo nelle espressioni, zoppica in modo meno evidente, è meno grottesco nelle movenze; recita dopo recita il Leone ha smussato e sfumato, e in questo paziente lavoro di ricerca è entrato sempre più in profondità nell'animo del suo buffone.
In questa nuova pulizia risalta e si fa più intensa che mai la sua forza comunicativa e viene fuori tutta la verità dei sentimenti e delle relazioni umane di cui Verdi è narratore a tinte forti, dalla potenza ineguagliabile. Nessuno ha saputo rendere come il maestro di Busseto le forze e i dolori, gli onori e le miserie, le tante trappole della natura umana.
Per restituirci tutto questo, sul palcoscenico, ci vuole proprio lui, il Leone verdiano, vincente per indole ottimista e per passione sapientemente impiegata, che ogni giorno lotta per dare di più e che anche quest'estate, immancabile come tutti gli anni, scenderà in Arena.

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