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Peaches - Impeach my Bush

Etichetta XL  -  Voto: 5

Pezzo migliore: Downtown

 

La signorina Nisker, Merrill Nisker, è tornata.

Il suo personaggio intitolato Peaches è tra noi con un disco nuovo. Se si tratti veramente della regina del Punk Dance o se sia semplicemente una sgallettata un po eccentrica con poca consistenza, non sta a noi giudicare. La cosa certa è che le sue proposte (siano esse dischi o concerti) non vanno mai sottovalutate. Come si trattasse di una Gwen Stefani dellunderground, lirriverente Merrill è capace di insinuarsi nel DNA di ogni buon rocker e convincerlo, fosse anche per un breve istante, di essere allascolto di qualcosa di epocale.

 

Diciamo subito che, un po come accade per la VERA Gwen Stefani, non è questo il caso e, malgrado le sue convinzioni,  Peaches non è mai stata una che scrive e suona cose epocali, tuttaltro. Anche la copertina del disco che vorrebbe, credo, rievocare atmosfere torbide e maliziose, finisce solo per ricordare quella di Felicità-tà-tà di Raffaella Carrà (anno 1974!).

Ciò che propone questa volta, già dal titolo (Impeach my bush), è facilmente immaginabile: la solita ricetta a base di batteria (elettronica) in 4, chitarroni saturi, basso potente ed attitudine electroclash a fare da supporto  a un cantato sgraziato, rappato e, in certi passaggi, al limite della pornografia che non si discosta molto da quello dei due acclamati dischi precedenti.

E Peaches. E tamarra e scontata, ha talento ma sembra non volerlo dimostrare, fa la teppistella del liceo sebbene letà non labbia più da tempo. E goffa ma non lo sa, millanta Iggy Pop come mentore ma non ha nemmeno la metà della grinta dellIguana. E pacchiana e grossolana E Peaches. Prendere o lasciare.

Rimandi evidenti a certe sonorità anni 80 (anche lei!) con omaggi e riverenze fatte a D.A.F., Soft Cell,  Nietzer Ebb e SPK fanno di Impeach my Bush un disco convincente solo in parte. Se inizialmente è facile lasciarsi prendere dai riff ottusi e diretti delle canzoni (Su tutte  Boys wanna be Her, a metà tra Krisma e Soulwax), verso la fine lalbum subisce una  clamorosa virata discendente, con pezzi di una noia mortale, a sottolineare una reiterata formula compositiva che mostra la corda nonostante la presenza di illustri guest-stars come Josh Homme dei Queens of the Stone Age, Samantha Maloney degli Hole e la rediviva Joan Jett che canta e suona la sua inconfondibile chitarra(ccia) in un grezzo punk anthem (You love it) che parte bene ma si incaglia presto negli stereotipi del genere.

In definitiva un normale disco di Peaches. Se la conoscete sapete cosa intendo, se invece non lavete mai ascoltata, non cominciate con questo e tuffatevi sui lavori precedenti. Se vi entusiasmano, passate pure a Impeach my Bush. In fondo, tenerne una copia in casa può sempre tornare utile: quasi tutti i pezzi sono perfetti per finire nella vostra compilation dellestate e se i vicini vi infastidiscono suonando a volume maxi i dischi di Mary J. Blidge, avrete modo di prendervi la vostra rivincita.

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