Excite

Perturbazione, l'intervista di Excite

Si chiama Pianissimo fortissimo il nuovo disco dei Perturbazione, una delle band più seguite del momento.
Quella che segue è un'intervista che noi di Excite abbiamo fatto a Tommaso Cerasuolo, voce e "deus ex machina" del gruppo.

A cura di Simone Zizzari

Pianissimo fortissimo è il vostro quinto lavoro discografico ma è il primo prodotto da una major. Raccontami che sensazioni avete provato nel fare il "grande salto" da un'etichetta indipendente alla Emi.
Il salto in realtà è piuttosto raltivo in quanto prima eravamo con la Mescal che certo non ha le dimensioni della Emi ma è comunque un'etichetta conosciuta.
Comunque il passaggio ci ha fatto un po' paura più che altro perchè per la prima volta dovevamo oltrepassare i nostri limiti e andare verso un orizzonte ben più ampio. Ora che siamo entrati in una nuova struttura sentiamo l'esigenza di capirne tutti i meccanismi che sono molto più complessi di quelli locali che ormai avevamo assorbito nell'esperienza della Mescal.
Il primo obiettivo sarà quello di relazionarci il più possibile con tutti coloro che formano la Emi. Impresa titanica, forse, ma necessaria.

Quando avete realizzato quest'album?
Ci abbiamo lavorato nel corso del 2006 durante i nostri concerti estivi. E' stato un work in progess che ci ha permesso di suonare i brani nuovi dal vivo. Con questa tecnica abbiamo potuto intercettare la reazione del pubblico. Ottima, per fortuna.
Dobbiamo ringraziare Maurice Andiloro per lo splendido lavoro fatto assieme a noi e per la pazienza che ha avuto nei nostri confronti.
Pianissimo fortissimo è un disco molto arrangiato, laborioso ma allo stesso tempo sereno. Il nostro obiettivo era quello di realizzare un filo logico che collegasse la musica all'immagine in movimento.
Il titolo è venuto fuori proprio seguendo questa idea di armonia generata in seguito ad un contrasto interiore. Ogni brano contribuisce con il suo piccolo movimento a creare una grossa perturbazione dell'animo.

E per quanto riguarda il vostro singolo "Battiti per minuto"?
E' una canzone alla quale tengo moltissimo, un brano che giudico davvero splendido. Sarebbe bello poter proporre un video di animazione in slow motion per lanciare il brano ma non credo che sarà così (infatti non è stato così: guarda qui la versione ufficiale) . Magari mi metterò un giorno io a disegnarlo e poi lo piazzerò su YouTube. Vedremo.

Parlami delle collaborazioni presenti in quest'album...
Ce ne sono davvero molte, a cominciare da Maurice Andiloro, per proseguire con Davide Rossi, violinista e arrangiatore incredibile. Poi Manuel Agnelli, seconda voce in "Nel mio scrigno". C'è addirittura una banda di paese al completo nell'ultima canzone. Il nostro è stato un lavoro anarchico, pieno di ospiti che hanno saputo valorizzare la nostra musica e completarla.

Che differenze ci sono fra il vostro nuovo album e quello che l'ha preceduto ("Canzoni allo specchio", ndr.)?
Il precedente era più monocolore, più oscuro. Questo è più tondo, si ascolta piacevolmente dall'inizio alla fine. Tutti i brani solo legati ad un filo che unisce suoni differenti ed eterogenei ma tutti molto più solari che in passato.

Il vostro primo album "Waiting to happen" era cantato interamente in inglese. Il nuovo, invece, tutto in italiano. Come mai avete deciso di cambiare?
Dopo il primo album avevamo capito che potevamo tranquillamente raccontare delle storie di senso compiuto anche utilizzando la nostra lingua.

Mi aspettavo di vedervi a Sanremo...
Eh lo so. Purtroppo però c'hanno trombato. Abbiamo proposto due pezzi in due anni differenti ed entrambe le volte è andata male. Avrei partecipato a Sanremo per due ragioni: vivere da dentro il folklore che da sempre circonda questa manifestazione e portare al Festival un nostro brano riarrangiato con quella splendida orchestra. Vabbè, comunque non è mai detta l'ultima parola, no?

Come è stato partecipare all'album-tributo dei Belle & Sebastian?
E' stata un'esperienza molto interessante. Abbiamo adattato in italiano una loro canzone "Get me away from here, i'm dying". La traduzione è in realtà molto libera ma il pezzo è richiestissimo dal vivo.

A voi piace utilizzare internet e infatti sfruttate appieno tutti i suoi strumenti più "cool" per promuovere la vostra musica. Non per niente avete un blog, una pagina su Myspace, una galleria fotografica su Flickr e un sito ufficiale sempre molto aggiornato.
Secondo voi il web è una minaccia o una terra di opportunità? Ovviamente mi riferisco al "pericolo" di vedersi scaricare le proprie canzoni gratuitamente attraverso dei software P2P giudicati illegali...

In un'epoca nella quale non ha senso chiedersi cosa è bene e cosa è male, è molto difficile giudicare. Quello che io percepisco nella società di oggi è una preoccupante bulimia culturale. L'offerta è ampia ma sono pochissime le canzoni che riescono a penetrare la tua epidermide e restarti dentro, arricchendo il tuo bagaglio culturale. C'è un abuso dello strumento internet che porta la gente a credere che tutti i byte che circolano siano gratis. In realtà non è così. Si dovrebbe saper distinguere fra cosa vale davvero la pena acquistare e cosa no.

La tua risposta mi ispira automaticamente un'altra domanda. In che stato è la musica di oggi?

Alterna fasi di depressione cronica a fasi di buon vigore artistico. Ci sono bei gruppi che hanno belle idee ma che non hanno il coraggio di osare, di sperimentare nuove strade.
C'è molta paura di sbagliare ai nostri giorni e questo è un male che certamente non aiuta l'arte e non permette alla creatività di liberarsi.
Altro problema di oggi è che non riesci più a relazionarti con il tuo pubblico. Il web da un lato ha permesso a tutti di accedere alla musica, dall'altro ha impedito agli artisti di percepire effettivamente chi siano i loro fan. Il tutto risulta apparire molto orizzontale, piatto.
Infine, purtroppo, oggi un gruppo giovane non ha il tempo di crescere. Le band vengono bruciate immediatamente, gettate nel calderone, spremute e poi sotto con un altro... Come in tutte le cose si dovrebbe dar tempo ai giovani talenti di formarsi
e di maturare. Purtroppo, però, non è così.

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