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Portishead - Third

Etichetta: island - Voto: 10
Brano migliore: Small


Non da tutti sparire per dodici anni e tornare con un disco nuovo atteso ed accolto come se la pausa fosse durata un anno o due. Il fatto che Portishead lo abbiano intitolato Third, ha un significato quasi provocatorio. Come se il secondo capitolo non fosse così lontano. E’, in realtà, la prova confortante che il gruppo in questi dodici anni ha proseguito in un lavoro di ricerca su un suono che porta la loro firma in calce ad ogni singola pagina. E’ un disco concepito per essere suonato. Batteria, piano elettrico, chitarra, basso, un po’ di elettronica… e Beth Gibbons, certo.

Lei è uno strumento formidabile, quello che connota la musica del gruppo. Una timbrica e un’intensità che, se ha un limite, è quello di circoscrivere lo spazio espressivo a quello psichico. Mai un accenno d’apertura verso l'esterno. Mai un sospiro di speranza. Le dolenti note espresse dalla vocalità di Gibson entrano nella pelle, si fanno spazio tra le viscere per raggiungere il cuore, il fegato e lo stomaco. Contemporaneamente. P3 sovverte le regole del gioco, offrendo un pasto caldo alla nostra fame di novità. Le acide contorsioni dello scenario sonoro più vasto e crepitante che mai vi sareste aspettati dal ritorno dei Portishead, è offerto come un dono shockante, scopertamente all’avanguardia in mezzo a sonorità che, nei dischi degli altri, mirano a ripetersi e a sovrascriversi in continuazione.

E’ musica che tramortisce per spigolosità. Non concede nè offre nulla ma chiede, vuole. Rapisce le nostre orecchie, s’impossessa del nostro cervello, strepita il suo bisogno di entrare nella nostra pancia e si manifesta dura, impietosa e carica di voracità. Il nuovo disco dei Portishead fa un passo in avanti non indifferente. Cambiare o migliorare la caratteristica che li aveva maggiormente connotati nel periodo dei primi due album, non era impresa facile. Si è scelto di devastarla, minando il campo sul quale s’era lavorato in maniera così prolifica, per radere al suolo ogni certezza. Third ci riesce con una forza ristrutturata e smagliante, lasciandoci qui seduti in poltrona a guardare Beth, e la solita sigaretta che si consuma da sola, nella sensazione che i suoi occhi cerchino i nostri per ricevere un po’ di conforto.

E’ come se fosse richiesto sempre il nostro intervento. Il disco, senza di noi, non vive. The Rip è eterea ed esile, quasi disadorna, e si sviluppa su un arpeggio di chitarra che progredisce verso una ritmica elettronica inconsueta sulla quale la voce ha qualche inedito guizzo di energia. Plastic, forse la più vicina alle atmosfere dei due dischi precedenti, sembra arrivare a metà album per calmare i nostri animi. Una rullata di batteria, estrapolata e ricampionata, incollata alla fine di ogni gruppo di quattro misure, rende l’idea del consistente lavoro di produzione. Beth canta per farci sentire a nostro agio anche in luoghi che sembrano ostili e sconosciuti. Machine Gun, si tinge di musica contemporanea (o, se vi piace di più, di suoni industriali) feroce e crudele, si dipana, senza perdere in consistenza, in un mondo inumano e spietato, colorato di nero, fatto di morte e sofferenza e di guerra, di spari e di dolore.

Tutte le canzoni, alcune eteree e disadorne, altre più accese ed aggressive, sono un vortice di calamite che ci trasporta in uno spazio dilatato e senza tempo con lo scopo di creare una dimensione che ci rimbambisca e ci soddisfi quanto un orgasmo. Ogni nota del disco è sistemata al millimetro senza che questo ne configuri un difetto ma risaltando, al contrario, come il suo maggior pregio. Lo spazio sonoro ampio e lo stile senza terra né tetto dei Portishead, fanno di Third un apolide alieno nel mondo della musica moderna, capace di adattare i suoi undici quadri pop agli scenari più comuni, dalle miserie del dolore alle prosperità di un benessere di plastica. Adrian Utley suona la sua chitarra in maniera pregevole, senza adagiarsi sugli allori delle sue famose spy guitar e cercando un suono che superi gli argini della consuetudine rivolgendosi tanto alla purezza quanto alla sperimentazione. Geoff Barrow dirige con precisione morbosa e sudata, comprimendo tutti e tutto dentro un lavoro che segna il tempo e lo spazio nell’insistente ricerca di un altro posto dove stare.

Un lavoro che in certi passaggi spiazza per la sua crudezza e per una conformazione così platealmente diretta ma che riesce, evitando tutti gli stereotipi del caso e chissà quali coup de théâtre, a riportare a casa la band con la forza stilistica più potente degli ultimi vent’anni.

Disponibile in CD, triplo vinile e anche chiavetta USB + doppio vinile


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