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Povero Mameli, la Siae batte cassa sull'Inno

di Simone Cosimi 

Povero Goffredo. Prima ai suoi Fratelli d'Italia – in ossequio a questi tempi trans-formistici – sono stati sforbiciati in un sol colpo gli attributi mutandoli mageneticamente in Sorelle. Tutto per smarchettare un paio di collant. Seguirono polemicucce stile Monica Setta che tanto piacciono agli italioti della domenica pomeriggio. Ora Il canto degli italiani (questo è il titolo originale, non Forza Azzurri), partorito nell'autunno 1847 dal poeta e patriota Mameli e musicato in fretta e furia dal grigio compositore Michele Novaro, è di nuovo al centro di uno di quegli insolubili quesiti tipicamente nostrani. Non si capisce, in sostanza, se la Siae sia titolata a chiedere i diritti editoriali dell'inno nazionale. Già questo dubbio sarebbe in grado di far piegare dalle risate l'ultimo tignoso cugino transalpino, che mai si sognerebbe di far cassetta sulla sua strepitosa Marsigliese. Fatto sta che, zitta zitta, la Società italiana autori ed editori di tanto in tanto, attraverso i suoi dipartimenti locali, batte cassa. Che lo sventurato Mameli sia morto a difesa della Repubblica romana ormai 161 anni fa – ben oltre i 70 nei quali vige il diritto d’autore – colpito peraltro da baionetta amica, poco importa.

Il caso è nuovamente esploso domenica scorsa, 25 aprile, festa della Liberazione: mentre in (quasi) tutta Italia s'accumulavano cortei, eventi e manifestazioni per la cacciata dei nazifascisti, anche un'associazione non-profit messinese ha organizzato un'iniziativa di memoria, facendola appunto precedere dall'esecuzione pubblica dell'amata-odiata marcetta. Qualche giorno dopo è arrivato il conto: 1.094 euro da pagare alla Siae. Una roba che manco ai più rincoglioniti turisti giapponesi in gita a Napoli. Il sindaco s'è indignato e ha scritto al presidente Napolitano – come se per la bolletta condominiale il vicino telefonasse al governatore della regione, ma tant'è. La Siae ha reagito anch'essa indignandosi (per non essere da meno) negando quasi tutto e affermando che 'non ha mai richiesto diritti d'autore per l'Inno di Mameli. Solo 100 euro sono stati incassati l'anno scorso dalla Siae per il noleggio dello spartito dell'Inno e per conto della casa editrice Sonzogno. La cifra di oltre mille euro era riferita principalmente alla somma di 816 euro richiesti per i diritti d'autore per musica tutelata utilizzata nello stesso concerto svoltosi a Messina'. Sì, vabbè. Intanto le settemila sigle dei consumatori hanno spulciato e scovato le cifre chieste dalla Siae messinese per eseguire pubblicamente l'inno: dai 260 ai 40 euro a seconda della capienza dello stadio. Voi c'avete capito qualcosa? Che poi, fossero davvero questi i prezzi, che tristezza: manco l'ultima mignotta sull'Aurelia.

Per spazzare ogni dubbio, come in ogni repubblica delle banane che si rispetti, arriverà (forse) una leggina salva-Mameli. D'altronde, sarà mica colpa di Berlusconi se i padri costituenti se ne sono fregati di inserire nella suprema carta l'inno oppure che nel consiglio dei ministri del 14 ottobre 1946 la canzone fu tacitamente accettata ma non ufficializzata? Lui, all'epoca, aveva appena dieci anni. 'L'inno di Mameli è di tutti gli italiani: pagare per ascoltarlo è un oltraggio ai nostri sentimenti patriottici' ha detto tale Roberto Cassinelli, deputato Pdl che ha ora deciso di metterci una pezza insieme a quaranta colleghi di ogni schieramento, affinché l'inno nazionale sia definito 'patrimonio della Nazione' e possa eseguirsi e riprodursi senza dover pagare alcun balzello. 'L'inno, il tricolore e lo stemma - ha aggiunto ancora il deputato - sono vessilli di tutti gli Italiani, che vorremmo sempre più presenti nelle loro case e, soprattutto, nei loro cuori'. Sarebbe bene, caro onorevole, iniziare quest'ottima opera di sensibilizzazione dai banchi del Parlamento. E da chi, alla canzone mameliana, vorrebbe pervicacemente sostituire Va' pensiero. E che col tricolore, mi corregga se sbaglio, ci si puliva il culo.

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