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Primo e Squarta - Leggenda. L'intervista di Excite

Mancano poche ore all’uscita nei negozi, posticipata all'8 febbraio, del nuovo, attesissimo album di Primo e Squarta dei Cor Veleno, intitolato Leggenda. "Un disco urgente, di più, necessario, o forse di più ancora, vitale. Un disco gettato sul pavimento, al termine di una baldoria che poi disgusta e hai voglia di parlarci sopra, di levarti il peso sullo stomaco, senza mezzi termini. Involontario e vitale, come un respiro".

Nell'attesa, Primo ha fatto una bella chiacchierata con noi di Excite. Si è parlato del nuovo album, dei Cor Veleno, dell'hip hop italiano e non solo. Ecco il risultato, ricco di curiosità che, forse, polverizzeranno molti luoghi comuni sull'hip hop.






1)Rispetto agli altri album, in questo l’atmosfera è costruita fortemente sui suoni di cassa e rullante. Un ritorno ai fondamentali?

- E’ un sound che, in qualche modo, non abbiamo mai perso. Certo, sono (e siamo) apertissimi alle novità e alle innovazioni sonore dell’hip hop ma in quest’album, è vero, si torna spesso ai fondamentali. Poi comunque io seguo Squarta. Per questo album c’è stata una bella news: in studio c’era il bassista Nasty Gabbo, con Squarta hanno prodotto l’80% del sound beat, era la prima volta e il risultato è stato ottimo: tanta cassa e rullante, come ai vecchi tempi.

2)Andiamo al concept dell’album: quando parlate di “Leggenda” a cosa vi riferite? Alle falsità del mondo della musica? - Si, nel titolo c’è anche questo, ma è più un auto celebrazione, criticabil forse, ma a me non dispiace. L’hip hop è anche questo, autocelebrarsi vuol dire esaltare la propria individualità rispetto a un mondo di cloni. Poi c’è il tentativo di ribadire che i Cor Veleno sono realmente un po’ leggenda. Noi non arriviamo ora sulla scena, chi lavora con noi magari lo sa ma spesso non ha materialmente il tempo per capire e scoprire il nostro passato. Questo album è una sfida, il tentativo di scoprire dal di dentro cosa succede nei canali musicali ufficiali. Spesso manca la possibilità (a volte la voglia) di unire le forze di hip hop e multinazionali, sono molto curioso.

3) In uno dei pezzi dite “Se vuoi l’hip hop molto meglio in Francia”? In cosa stanno avanti , rispetto a noi, in Francia?

- La Francia gode della presenza di un melting pot etnico e culturale unico e prezioso. Ciò ha creato un’atmosfera particolare, generatrice di un hip hop molto simile a quello americano. Rap duro e puro, qualcosa che da noi avrebbe difficoltà a diffondersi. In Italia il rap è adattato agli italiani.

4) Parlate molto spesso di “gangsta” e “rime a mano armata”, ma c’è chi all’interno della scena italiana (Turi: ma vi para ca si era gangsta vu u scriviva ntei canzuni?) legge queste “declamazioni” come uno scimmiottamento del rap americano, e quindi come un segno di scarsa autenticità. Cosa ne pensate?

- Il concetto di “gangsta” legato alle pistole non è roba mia. Se invece si parla di tematiche inerenti alle situazioni della vita difficili da sbrogliare, ai continui stimoli esterni, alle faccende complesse e dure di tutti i giorni allora sì, la parola “gangsta” mi appartiene.

5) Subito dopo dite ancora: “Chiunque fa il superiore invece di farsi seghe dovrebbe spargere amore”: è una delle poche volte che questa parola capita nei vostri testi: come vedete l’amore? Siete innamorati?

- L’amore è sempre presente nei nostri dischi anche se ben “nascosto” dal linguaggio duro dell’hip hop. Il rap canta il disagio e spesso la sofferenza, io quando stò male scrivo e metto tutto in musica. “Leggenda” contiene diversi pezzi che nascono da questo sentimento. L’oppressività dell’hip hop fa sembrare negativo il concetto di amore ma non è così. Io vivo la negatività delle storie e la trasformo in canzone facendola diventare qualcosa di buono. Poi c’è un senso più “profondo” nella frase che hai citato: con “farsi seghe” io intendo la fase della notorietà del rapper. Quel momento in cui arriva il successo e dimentichi il tuo compito comunicativo. Sali su un piedistallo e cristallizzi una visione universale dell’amore che poi non corrisponde a realtà. E’ un errore in cui sono caduto anche io.

6) Nei vostri testi dell’ultimo album, ma già in Bomboclat, si evidenzia un rapporto controverso con il sesso femminile. Qual è il vostro reale pensiero sulle donne? In "Chica boom boom", ad esempio… “ogni stronza in giro vorrebbe fare la donna di Primo”. E poi “le ventenni coi dilemmi interiori” che “piangon al cube i loro orrori”, a cui vi riferite spesso…

- Beh…uomini e donne sono incompatibili. Loro stanno su venere e noi su Marte. Io ci provo a capirle ma…è una guerra.

7) A un certo punto parlate anche di “Puzza di bluff nel jet set che ho visto, Molti stanno soltanto a guardare dai Sangue Misto, io guardo il mio microfono fisso”.. Qual è il vostro rapporto con la generazione di rapper che in qualche modo vi ha preceduto, come ad esempio proprio i sangue Misto?

- Chiariamo subito una cosa: io ero “una groupie” dei Sangue Misto. Sono cresciuto grazie a loro e gliene sarò sempre grato. Erano gli anni d’oro del Rap: Frankie Hi Energy, i Sangue Misto, il primo disco dei Colle Der fomento; in quegli anni loro erano il massimo e noi facevamo solo jam, roba nostra su basi americane. Non si può pensare che l’hip hop finisca lì. E’ fuorviante pensare oggi guardando a ieri, è tutto diverso, è necessario guardare avanti senza pensare se il nuovo disco è meglio di quello vecchio. Inoltre i rapper oggi hanno più responsabilità del passato: le case discografiche possono attingere ad un bacino immenso (basti pensare alla diffusione dell’ home-studio che permette a chiunque di confezionare un disco in toto) e la quantità spesso prevale sulla qualità. Il rapper deve competere con molta più gente, non può più contare sulla “selezione naturale” dei migliori.

8) Qual è il vostro rapporto con la scena hip hop underground romana? Segnalateci un gruppo emergente che secondo voi vale la pena di non perdere d’occhio.

- Alto Ent: produttore di Rancore e tanti altri: produce ottimi beat. Poi c’è Mike Samaniego e, soprattutto, Ibanez. Stampava i vinili e ora scrive da dio, sonorità elettroniche nuove per la realtà romana. Mi piace molto.

9) E riguardo la vecchia scuola? Colle der fomento, Rome zoo, Flaminio maphia: con loro condividete qualcosa nella vostra visione dell’hip hop?

- E’ sempre bello “rivedesse”. Quando Ice One mette musica ci si ritrova volentieri. Anima e Ghiaccio dei Colle mi piace molto. Tutti quelli che hai citato oggi fanno un rap a se stante: è bello poter scegliere tra le varie sfumature. Come è successo al rock, che si è differenziato in pop-rock, hard-rock, rock-intimistico, di denuncia e altri sottogeneri, così avviene nell’hip hop. Siamo simili, stesse radici a volte, ma il risultato è spesso differente.

10) Il mondo dell’hip hop italiano, negli ultimi anni, ha subito una serie di brutte botte: gli Articolo 31, con Ax reputato un grande rapper, che diventano pop (o pseudo metallari come dice Kaos); la pina che molla tutto e va in radio, Neffa che cambia strada, etc… Cosa pensate di queste “evoluzioni”?

- Beh…dipende. Gli Articolo 31 mi piacciono molto. L’aver “cambiato genere” passando al rap commerciale non è un di per sé un male, anzi. A una certa età ci si rinnova. L’appartenenza alla scena non deve essere vista con religiosità, quella ti appartiene comunque per sempre. Anche Neffa: non era un rapper, era un bravo batterista. Poi ha vissuto la sua parentesi hip hop e … alla faccia della parentesi! Il cambiamento fa parte della vita, potrebbe succedere anche a me…se imparassi a cantare. Il rap si rivitalizza anche tramite sonorità nuove. La Pina ha molto poco di hip hop, la sua è stata una vera parentesi, a differenza di Neffa che è cresciuto nella musica, credo che la Pina ora abbia trovato la sua strada: è un’ottima speaker.

11) In Bomboclat dite “per il rap demagogo c’è Frankie”: potete spiegarci meglio?

- Come già detto Frankie fa parte della storia del rap italiano, non si tocca. Ma ai tempi di Bomboclat mi hanno dato fastidio alcune sue interviste in cui si è eretto a “professore dell’hip hop”. Comunque è un mito.

12) Hip hop non è solo rap. Come spingete le altre tre discipline (writing, breaking, djing)? Quale futuro per la loro affermazione?

- Per alcune discipline è più difficile fare business. I dj che fanno rap lavorano nei locali e campano grazie alla loro tecnica. Per i writers è più difficile… è dura continuare a bombare le metro dopo i 30 anni. Però conosco tanti writers che ora sono pittori rinomati, fanno le loro mostre: i b-boy prima o poi diventano per forza “b-man”.

Qui ci salutiamo. E' stata una bella chiacchierata quella con Primo, facciamo un grosso in bocca al lupo al duo hip hop romano per il nuovo album...il mondo del rap italico ringrazia.

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