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Radiohead - In Rainbows

Etichetta: Radiohead
Brano migliore: House of Cards
Voto: 8,5

D’accordo, cerchiamo di evitare in questa sede di parlare ancora del metodo distributivo di In Rainbows, nuovo ultimo disco dei Radiohead, di cui abbiamo già lungamente scritto e letto, e cerchiamo di concentrarci su ciò che più conta, vale a dire la musica in esso contenuta.

E’ un bel disco, che restituisce alla band di Yorke quel valore che in molti temevano di ritrovare sminuito a causa del grande hype nato attorno alla band.Come lo zoccolo duro dei fans dei Radiohead sa bene, le dieci tracce del loro settimo album sono quasi tutte delle vecchie conoscenze essendo state testate in molte occasioni durante i concerti oppure apparse in vari bootleg con out-takes delle registrazioni del loro catalogo. Ciò che ritroviamo nel disco è comunque una sorprendente linearità dell’opera che ha ragione di essere considerata tale vista la cura maniacale e la squisita produzione esecutiva cui è stato sottoposto il repertorio per renderlo uniforme e concreto.

Sebbene non ci sia abiura per le divagazioni sperimentali di qualche anno fa, quello che principalmente viene alle orecchie è un ritorno alla forma canzone già introdotta col precedente Hail To The Thief: una stupenda crasi tra lato rockettaro della prima ora (The Bends e OK Computer su tutti) e di quello più avantgarde della doppietta Kid-A / Amnesiac. L’apertura è affidata all’ dall’ouverture ritmico-glitch di 15 Steps, che serve come appoggio per la strumentazione classica di basso e chitarra per arrivare dopo 40 secondi ad un fraseggio dalle tinte acide e frammentarie. Un ottimo inizio al quale fa seguito il momento più tipicamente Rock dell’intero lavoro: Bodysnatchers. Qualche reminescenza di U2 (di cui i RH sono stati sorta di emuli agli esordi) e la voce di Thom che si adagia, malata e cigolante, su un tappeto di distorsori ed effetti larsen.

La terza, Nude, arriva a calmare gli animi e si manifesta, tra arpeggi, archi e cori femminili, con atmosfere immediatamente riconoscibili che ci riportano alle sensazioni dolenti delle loro storiche ballate malinconiche. Non è un caso, infatti, che il gruppo l’avesse già pronta all’epoca di OK Computer ma che abbiano aspettato a pubblicarla fino ad oggi quando, a detta di loro stessi, è riuscita a raggiungere la forma precisa richiesta dalle intenzioni. Il melange tra Weird Fishes e Arpeggi, è pure una vecchia conoscenza: venne talmente apprezzato durante una performance in cui Thom Yorke e Johnny Greenwood si esibirono con l’Orchestra di Nazareth nel 2005, che il gruppo ha deciso di lavorarci intensamente, proponendola dal vivo e lavorandoci in studio, fino ad ottenere il risultato definitivo che appare su In Rainbows.

Ciò che accade dalla quinta traccia in avanti, invece, è quanto di più affascinante ci si potesse aspettare dalla band. All I Need è introdotta da un giro di basso elettronico ottenuto con le timbriche di un tasto grave del pianoforte, sopra al quale, con diligenza e compostezza si aggiungono piano piano una serie di strumenti in un crescendo che lascia ammaliati e sognanti. Il testo è onirico e straniante, come Yorke non ne scriveva da un bel pezzo, con nubi di insetti e luci abbaglianti. Faust Arp rimette sul piatto alcune sonorità cosmiche tipiche di certa psichedelica britannica degli anni 70, tanto da far tornare alla mente certi momenti dei Pink Floyd sebbene nelle intenzioni il pezzo sia dichiaratamente ispirato ai Faust, celebre band Kraut Rock da cui prende il titolo.

Reckoner invece si muove su un morbido groove elettrico che all’origine era in linea con le atmosfere sperimentali di Amnesiac, del quale avrebbe dovuto far parte (con altro titolo ed arrangiamento), ma che alla fine rimase incompiuta fino al suo attuale fiorire nel suo andamento scodinzolante e delicato. Una canzone come House of Cards, invece, rappresenta uno dei momenti più felici del disco. Ancora una struttura in crescendo dove il cantante ha la possibilità di divincolarsi nel raccontare i tormenti di una love story, circondato da rumori e cigolii che si aggrappano all’incedere docile ed educato di una ritmica appena accennata.

Potenziale hit (ed in altre epoche probabile singolo trainante), Jigsaw falling in two Place, è stata per molto tempo una delle canzoni preferite dal pubblico durante i concerti-test nei quali appariva sotto le mentite spoglie di Open Pick. Il ritmo sostenuto che sorregge chitarre acustiche e archi ricorda in qualche modo il linguaggio dei Blonde Redhead di qualche anno fa, sebbene il filtro personalissimo dei Radiohead non lasci dubbi sulla sua paternità. A chiudere il disco c’è l’esile Videotape guidata da un giro di pianoforte in loop con la voce di Yorke che si sdoppia e si lascia andare a gemiti e sospiri intervallati da effettistiche frustate sul rullante. Il pezzo è un tenero addio alle vecchie videocassette VHS realizzato come una sorta di ode alle tecnologie del passato per le quali, sembrerebbe, la band ha trovato un rinnovato interesse (la maggior parte del disco è stato registrato in analogico).

Sicuramente in molti grideranno allo scandalo, o lamenteranno un po’ di delusione. Molte volte si parla dei Radiohead come di una band di artificiali imbroglioni o di falsi progressisti e, d’accordo: mettiamolo pure in conto. Eppure, in quanto fondamentali rappresentanti della musica pop dell’ultimo decennio, potranno anche risultare sospetti, maliziosi e sfuggenti, ma è fuori dubbio che ci tocchi riconoscergli anche la paternità di un certo metodo compositivo che ha fatto più proseliti di quello dei Beatles. Se vi schierate dalla parte di chi sostiene che sia per loro arrivato il momento di fare largo ai giovani e di cedere il passo a chi con maggiore credibilità si fa portavoce della disperata espressione dei malumori giovanili, provate a dare una chance a In Rainbow perché potreste ricredervi sul loro reale valore. I Radiohead hanno fatto un album adulto ed onesto, con anche qualche piccolo ruzzolone d’ispirazione, ma che ci permette di rimanere a bocca aperta nell’ascoltare con gioia l’eloquente talento musicale di cui sono ancora capaci.


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