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Red Hot Chili Peppers - Stadium Arcadium

Etichetta: WB -  Voto 7

Brani consigliati: Torture me, She's only 18

 

Qualche idiota scribacchino  - luniverso ne è pieno e pure il sottoscritto è spesso parte della categoria - non ha mancato di pontificare, a proposito del nuovo RHCP, scrivendone come del solito album pompato e autoreferenziale coi soliti riff di chitarra e il solito Kiedis sguaiato. Se avete occasione di incontrare uno di questi scribacchini, assettategli pure un sano calcio in culo ma, soprattutto, non dategli retta perché Stadium Arcadium, oltre ad essere un eccellente disco, è pure lalbum con cui il quartetto californiano si rimette in luce dando spazio al suo lato più rock e, con tutte le virgolette del caso, leggero.

Lerrore che spesso si fa coi Peppers è quello di confrontare ogni loro disco con quel capolavoro assoluto e inarrivabile che è Blood Sugar Sex Magic ed è  forse in virtù di questo che la band, questa volta, ha voluto ricreare in studio la stessa atmosfera dellalbum del 1991: stesso pilota (Rick Rubin), stessi comprimari (Paulinho DaCosta e Billy Preston inclusi) e incredibile! stessa grinta di allora.


La band, però, non dimentica che da allora sono passati quindici anni e non si risparmia. Per niente! La chitarra, soprattutto, è così rudemente rock da rendere evidente la voglia di recuperare un po della carnalità impallidita nei lavori più recenti. Nulla da dire sulla ritmica degli ottimi Shith/Flea che ondivagando tra blues, funk e hip hop, sostengono il gioco con rinnovata dignità.

Lalbum è un doppio disco con 14 tracce ciascuno, un lavoro mastodontico che corre il rischio di mettere troppa carne sul fuoco. Riconosco che affrontare un doppio, di questi tempi, risulta piuttosto impegnativo, è una faticaccia, serve un sacco di tempo Poi, però, il disco inizia a suonare e man mano che le canzoni suonano appare evidente che lalbum doppio era una autentica necessità dettata dalla grande qualità di tutto il materiale registrato. Era difficile, presumo, dover rinunciare a una sola delle ventotto canzoni dellalbum.

Sul disco uno (Jupiter) si fanno notare particolarmente la bella title track, tipico esempio di ballatona à la Pepper, Torture Me di grande impatto e orecchiabilità, con ritornellone da spiaggia, Hump da Rump in chiave funk a rinverdire i tempi di Mothers Milk, lhendrixiana Shes only 18 e la nostalgicamente grunge Wet Sand, stupenda, con un Frusciante in stato di grazia.

Il disco due (Mars), forse appena un po inferiore al primo, si apre con una Desecration Man che con una melodia facile e un incedere un anni 70 fa la sua splendida figura da opening set. Tipicamente nello stile della band Tell me baby con quel misto di cantato e rap che nel decennio scorso ha fatto scuola, "Ready Made" è un esercizio Hard (rock) dal riffone invadente con ritornello stile AOR  mentre "21st Century" è un giochetto  su cui Jack Frusciante si diverte a infiorettare un quattroquarti che per mano di qualsiasi altra band risulterebbe banale e "Storm In A Teacup" risulta talmente straniante e psichedelica da portare la band su territori quasi inediti.

Sì, forse è vero che le sorprese non sono poi così sconcertanti in questo album ma cosa ci sarà di così pessimo nel sapersi riproporre in maniera efficace pur senza rinunciare ai propri punti di forza? Gli idioti scribacchini si ravvedano e si inchinino di fronte a un disco importante, sapientemente pop dove il compromesso instaura un vibrante dialogo con la qualità. Ignorarlo sarebbe stupido.

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