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Renato Zero, una confessione a 360 gradi

'Credo profondamente in Dio. Papà ha studiato in seminario, io dalle suore. Sono al mondo grazie a un frate, che mi ha donato il sangue: sono nato con l'Rh negativo, come mia madre, e ho avuto subito bisogno di una trasfusione. Ho amato molto Wojtyla, un grande uomo. Ratzinger invece è un Papa. Ho cantato contro l'aborto: se lo vediamo come l'ultimo degli anticoncezionali, è un disastro'. Renato Zero si confessa al Corriere della sera. Un monologo, più che un'intervista. Una lunga conversazione nella quale Renatino traccia il bilancio di una vita e svela i segreti della sua storia personale, dal papà poliziotto all'adozione di Roberto passando per gli anni trasgressivi, la fede, la discriminazione, la droga e la politica.

'Nel quartiere erano poco comprensivi – dice sui suoi anni in borgata, alla Montagnola – Mi vedevano e mi gridavano dietro qualsiasi cosa, ma io li affrontavo: Perché mi dici così? Che cosa ti ho fatto?. Allora si schermivano: Nun so' stato io, è stato lui.... Ma una volta un tizio mi tirò uno sganassone, così, senza neppure parlare, e mi lasciò tramortito. Una sera andai a cantare a Monte Compatri, ai Castelli, credo fosse una sagra della salsiccia. Presi un sacco di insulti. A vedermi c'erano mia sorella Enza e il suo fidanzato. Riportandola a casa, lui le disse: Certo che quello lì è strano forte.... E lei: Quello lì è mì fratello, e se nun te sta bbene, tra noi è finita. Si sposarono. Je stavo bbene'.

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Poi si lancia sui suoi amori. Prima femminili: 'Con Enrica Bonaccorti è stato un lungo viaggio affettivo insieme. Poi c'è stata Lucy Morante. Mi amava al punto da vendere i miei dischi fuori dai concerti. Si è presa un sacco di gavettoni per me, e non metaforici. Il Piper era in un quartiere borghese, il Salario. Ci odiavano. Passavano vecchine eleganti, adorabili, e ci gettavano addosso buste piene d'acqua. Poi è arrivato il successo, e ha reso tutto ancora più difficile. Per uscire di casa dovevo nascondermi nel furgone della lavanderia, tra le robe sporche'. E poi maschili: 'Presto uscirà una canzone in cui risponderò definitivamente a questa domanda, che mi ha stancato. Ognuno si curi il proprio orto, lasci aperta la porta, non si chiuda gli orizzonti, non si appiccichi da sé etichette che la vita potrebbe smentire. Non mettiamo limiti alla provvidenza. Conosco uomini con quattro figli che la sera si truccano pesante e vanno al Colle Oppio sui tacchi a spillo. L'importante è essere sempre aperti all'amore. Pensare solo al tuo benessere fa di te un miserabile, o un benestante: condizioni cui non aspiro minimamente'.

Poi chiude la lunghissima intervista con la politica: 'Spesso non voto. Non ho stima di nessuno, sono fermo ad Antonio Gramsci e a Luigi Einaudi. Vengo da una famiglia di comunisti. Mario Tronti era mio zio: figlio di Nicola, il fratello di mia nonna Renata. I suoi genitori avevano il banco ai mercati generali, si alzavano alle 4 di mattina. Andavo a trovarlo nella sua casa sull'Ostiense. Ricordo una piccola stanza foderata di libri, questo ragazzo più vecchio dei suoi anni; ero così fiero di lui. Per me il partito comunista era questo: un padre che torna a casa stanco dal lavoro, mette in tavola un pane, un bicchiere di vino e un fiasco d'olio, e con quel che ha risparmiato compra un libro a suo figlio. Oggi questi c'hanno la barca e l'ossessione per la poltrona. Litigano, ma non per la politica; per il loro ego. E fanno i soldi. Oggi fa politica solo chi ha i miliardi. Per entrare in Parlamento, un operaio deve bruciare alla Thyssen. In compenso vedi molti sindacalisti. A me comunque il partito comunista non m'ha mai voluto. Gli altri suonavano alla festa dell'Unità con le loro band; io giravo i locali con il registratore, pigiavo play, partiva la musica e cantavo. Solo come un cane'.

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