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Robbie Williams - Rudebox

Etichetta: EMI - Voto: 6.5

Brano migliore: Lovelight

Il singolo che anticipava luscita di un nuovo disco di Robbie Williams è uscito già da a fine estate ma il suo arrivo è stato talmente shockante che se ne comincia a parlare solo adesso. Intendiamoci: né il brano né lalbum hanno qualcosa di shockante; è soltanto la sua pubblicazione in sordina che ci ha spiazzati un po.

Siamo stati sempre abituati allarrivo degli album delle superstar anticipati da squilli di tromba e rulli di tamburi, comunicati a tutto volume da radio e TV e accompagnati da trambusti esagerati sulla carta stampata ed invece Rudebox esce annunciato solo dallomonimo singolo e da qualche notiziola ghiotta ma poco urlata (si tratta di un album dance, un disco prodotto da William stesso)...

di Joyello


RudeboxInsomma, poco clamore iniziale per un disco che, a mio parere, è assolutamente dignitoso. Ma il clamore è cresciuto pian-piano (a dimostrazione che Williams anche in campo di promozione sa bene quel che fa) e lalbum sta facendo parlare di se; spesso in termini positivi.

Un disco dove lanima POP di Robbie, che finalmente sembra liberarlo dellaura di autore ricercato che non è, risuona molto più di quella DANCE dichiarata. Sebbene le ritmiche in 4/4 non manchino, ciò che esce meglio è la modernità di un suono che, al servizio di una manciata di canzoni deliziosamente catchy, le infarcisce di richiami, riferimenti e citazioni.

Bastino i titoli Viva Life on Mars, We are the Pet Shop Boys o Shes Madonna a mettervi sulla strada percorsa dal tatuato senza contare che poi, assieme a canzoni originali, Robbie si cimenta in una manciata di cover assolutamente perfette per la sua vocalità.

Se Bongo Bong di Manu Chao (in duetto con Lily Allen), che non gli riesce troppo bene, può essere considerata leccezione alla regola, è facile asserire che la Louise di The Human League (che fu dellalbum Hysteria il secondo singolo dopo The Lebanon) ed anche Lovelight di Lewis Taylor sono assolutamente nelle sue corde e diventano, con la sua voce, due brani di unattualità sorprendente.

La collaborazione con i Pet Shop Boys appare come luovo di Colombo. Come a dire: ma perché non ci avete pensato prima? Williams li ha convocati per la felice intuizione di realizzare con loro la riuscitissima cover di un pezzo del DJ newyorkese My Robot Friend che si intitola, guarda caso, We are the Pet Shop Boys (che gli stessi PSB avevano inciso per una loro B-Side). Poi, già che cerano, Tennant e Lowe si son fermati in studio con Robbie per collaborare alla stesura di Shes Madonna che è linevitabile e riverente omaggio (di tutti e tre) alla regina delle superstar.

Il fil rouge che unisce le canzoni del disco, dunque, sembra essere il tributo che Robbie sviluppa nei tre canoni consueti: cover, quote e sampler, tutti rigorosamente attribuiti e manifestati; alcuni in modo evidente, altri un po più nascosti e marpioni. Per esempio, quanti si saranno accorti che nella title track si nasconde un campione di Boops di Sly & Robbie? E quanti altri si accorgeranno che oltre a Viva Life on Mars un omaggio a David Bowie si cela anche in The Actor?

Insomma, dietro ad unapparente leggerezza si nasconde un album molto pensato e strutturato. Niente di trascendentale: soltanto un accurato prodotto da classifica (e difatti il numero uno è arrivato subito anche in Italia) che ci fa tirare un sospiro di sollievo sulle sorti della musica di consumo. A produrlo, nonostante le voci di cui sopra, non è Robbie da solo. Lui ci ha messo mano, sì, e il suo apporto è stato senzaltro influente, ma il lavoro grosso è frutto dellesperienza di William Orbit, Jerry Meehan, Soul Mekanik e Brandon Christy. Un buon team per un buon lavoro che ci fa sperare sulla possibilità di aver ritrovato un Robbie Williams molto più creativo e spumeggiante di quello delle due (Feel e Intensive Care) precedenti e deludenti uscite.


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