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Roberto Vecchioni, le ripetizioni del professore

di Simone Cosimi 

Dopo un risotto zucca, taleggio e pancetta croccante cerco di tenermi degnamente desto, alle due passate della notte, per raccontare come un'istituzione sull'orlo di una drammatica crisi d'identità abbia risposto all'ultima chiamata per la salvezza. E, terzo posto di Al Bano a parte, si sia guadagnata con la vittoria appassionata e sanguigna di Roberto Vecchioni, la patente per andare avanti ancora a lungo.

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Mentre Marzullo e i suoi paludatissimi critici stanno già ciarlando da tempo, sbarca dunque in mente una riflessione liscia liscia: s'è rotto un meccanismo che, se avesse goduto di una terza tappa, avrebbe rischiato di trasformare il festival della canzone italiana in una ridicola Champions League dei talent show. Baratro schivato all'ultima curva, visto il secondo posto raccolto da Emma Marrone insieme agli sgolatissimi Modà, eletta comunque band del momento (bisogna vedere quanto durerà). Dimentichiamoci Marco Carta, scordiamoci i banalissimi luoghi e i nebbiosi laghi di Valerio Scanu: gli italiani – come spesso capita loro – sono intervenuti in zona Cesarini, assegnando a un vecchio e impegnato cantautore, che ha interpretato le sue parole con un'energia d'altri tempi, l'edizione numero 61 del baraccone più amato dello stivale.

Ascolta Chiamami ancora amore

Chiamami ancora amore, come avevo scritto subito dopo la prima esibizione, non è certo la miglior cosa di Vecchioni. Ma è una canzone che probabilmente, in questo periodo di memorabile mediocrità, pronuncia parole e schiaffeggia temi che servono come l'aria. E forse di più. Idee, valori, impegno, lavoro, inguistizie sociali. A pensarci bene, più che di Vecchioni pareva un pezzo di Guccini. Il messaggio era chiaro, a chi volesse raccoglierlo: nonostante tutto, nonostante il mondo che ci gira intorno non sia quello che desideravamo, chiamami ancora amore. Proviamoci ancora. 'Stiamo insieme', direbbero le manone di Gianni Morandi. Non è un caso che nei ringraziamenti il professore della musica italiana abbia richiamato l'unione (e non l'unità): l'unione delle forze, un'Italia che riprenda a parlarsi, a guardare ai giovani, agli operai, a chi ogni giorno manda avanti la carretta e la sera cerca un sorriso per ripartire la mattina dopo. Tutte keyword che dovrebbero passare da altri canali – tipo la politica, tanto per dirne uno – e che invece hanno trovato in Vecchioni un credibile e riconosciuto portavoce.

Il trenino di Maria De Filippi, dunque, si ferma alla terza stazione ben conscio di aver già marciato ogni oltre umana e artistica giustificazione. A un passo dal colpo gobbo, un tre su tre che avrebbe scippato al festival quel residuo di dignità che pure gli va riconosciuto. Figuriamoci: ben vengano i giovani (e forse la Marrone, paradossalmente, poteva essere l'unica a meritare la vittoria rispetto ai colleghi sardi che l'hanno preceduta). Ma recuperiamo almeno la necessità del tempo, la convinzione che per essere battezzati 'artisti' tocchi darsi da fare per qualche anno, avere un progetto saldo in mente, dimostrare coerenza. Non basta ammucchiare contatti su Facebook e sfornare minidischi benedetti dalla cecità delle major. E se anche il famigerato televoto ha premiato Roberto Vecchioni, dirigendosi in direzione ostinata e contraria rispetto all'imperante deriva talentu(nt)osa, allora significa che un altro modo di pensare il festival è possibile. Nonostante quel che ne dicono gli snob della porta accanto, quelli che 'piuttosto che vedere Sanremo m'ammazzo'. Prego, il balcone è libero, se gradite smonto la ringhiera per comodità.

Non tutto e non subito è possibile, ovviamente. Il pubblico va allenato e nello stesso tempo ascoltato. Ripartendo dal Dna di una canzone (oltre che da una conduzione che torni a essere tale, a ognuno il suo mestiere): il peso specifico delle parole, ancor prima che della musica. Badare a quello che si dice. E soprattutto, a come lo si dice. Vecchioni ha lanciato al pubblico le parole giuste al momento giusto. Nel modo in cui molti sentivano di aver bisogno. Questo fa l'arte, quella autentica: annusa l'aria e intercetta l'ambiente. Fornendo a chi ne gode le chiavi per capirne qualcosa di più. Soprattutto quando 'stanno uccidendo il pensiero'. Perché se il vecchio giorno sembra non voler finire mai quello nuovo, nonostante tutto, è già pronto a fare capolino.

(foto © LaPresse)

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