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Raphael Gualazzi, una vittoria annunciata

di Simone Cosimi 

Di Raphael Gualazzi gli addetti ai lavori (e una buona fetta di pubblico) sapevano già da molto tempo. Almeno da un paio d'anni. Lo spot dell'Eni, in cui il pianista urbinate ha riarrangiato la storica Don't stop dei Fleetwood Mac, è stata solo l'ultima tappa di una scalata velocissima che dal 2005 lo aveva portato su alcuni palchi importanti, dal Fano jazz fino all'Heineken Jammin Festival passando per un clamoroso tour negli Stati uniti. Vero: quando l'hanno assoldato per Sanremo Giovani aveva all'attivo solo un Ep, forte tuttavia di ottimi riscontri su iTunes. Reality and fantasy, l'album d'esordio, è uscito infatti solo due giorni fa. Ma una domanda, santo cielo, c'è da farsela: cosa diavolo ci faceva Raphael Gualazzi nella categoria dei giovani? Perché mischiare una baby-star (che poi proprio baby non è, visto che ha trent'anni suonati) alla calabresotta diciassettenne che non può salire sul palco dopo mezzanotte? Misteri della fede (nel music-biz all'amatriciana).

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Fra gli otto finalisti, infatti, il pianista ragtime – originale perché vintage? – non doveva esserci. Punto. Perché dev'essere sempre così complicato tenere fuori i 'raccomandati' e costruire una lista decente di nuove proposte? Soprattutto se il personaggio in questione non ha certo bisogno del palco dell'Ariston e dei relativi rimbombi promozionali per imporsi al grande pubblico. Sensazione ancor più bruciante. Difficile stupirsi poi se il giovinotto, dall'aspetto un po' inebetito ma col sorriso sornione dell'arguto pokerista a cui entrano tutte le carte giuste al giro giusto, fa piazza pulita con la sua Follia d'amore. E oltre al premio assoluto si porta a casa anche quello della critica e chissà quale altro leoncino ligure consegnato da chissà quale assessore o sottopanza comunale.

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Chiariamoci: non che Gualazzi non meritasse la vittoria. Anzi: i numeri c'erano e ci sono tutti. Anche se sembra tanto l'inizio di una moda. Il punto è un altro: Caterina Caselli e la sua Sugar, che l'hanno messo sotto contratto proprio un paio d'anni fa, non avevano bisogno di farsi premiare da Morandi & co. C'erano i concerti, il tour, il disco in arrivo, la pubblicità in tv: Sanremo lo si poteva lasciare ad altri. Lasciare nel senso di rispettare la vocazione di una categoria troppo spesso distorta a piacimento. Serena Abrami, per esempio, travolta dall'effetto-Fabi, o la capuana Gabriella Ferrone, fatta fuori addirittura al primo turno, potevano forse essere più in linea con la ragione sociale di un premio – Giovani – che di giovane non ha ormai più nulla. Soprattutto se a vincere, nell'assordante unisono di pubblico, radio e critica, è un bolso trentenne che suona la musica di cento anni fa.

(foto © LaPresse)

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