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Sanremo, i migliori e i peggiori

Anche quest'anno Sanremo è riuscito a stupirci. In negativo, ovviamente. Il livello delle sedici canzoni in gara è clamorosamente basso. E non tanto sotto il profilo degli arrangiamenti o delle esecuzioni – anche se ci sono state delle esibizioni piuttosto imbarazzanti, come quella di Patty Pravo – quanto sotto l'aspetto genuinamente creativo: sono pezzi di una banalità sconfortante.

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Si potrebbe anche pubblicare una pagella generale, ma sarebbe una terra desolata, una waste land che il lettore medio non merita. Non si andrebbe oltre il 6,5. Quindi conviene concentrarsi, per la salute mentale di tutti, sui tre momenti migliori e i tre momenti peggiori della prima serata, che ci ha dato un quadro completo della musica in gara.

I migliori

Marco Masini 6: non avendo la voce su cui puntare e nemmeno il piglio musicale, si lancia in un testo a tratti scontato ma di forte impatto, emotivamente efficace, come molte sue canzoni d'altronde. Come sesto artista, e dopo Dolcenera (che continua ad avere una bocca incredibilmente grande) e Marco Carta, si merita la sufficienza.

Povia 6: polemiche a parte, è suo il pezzo col ritornello meglio riuscito (che a Sanremo non è poco) e, anche qui con un testo a tratti troppo didascalico e magari pure pretestuoso, con una canzone che ha un suo perché. Lui ha una faccia da schiaffi imbarazzante, ma canta meglio di qualche tempo fa e la storia, checché ne dica Grillini in platea alla ricerca di qualche voto, alla fine è interessante.

Nicky Nicolai e Stefano Di Battista 6,5: è il voto più alto. Un testo di Jovanotti che se tiene bene nella strofa non fa altrettanto nel ritornello. Ma la Nicolai è bravissima, Di Battista apre e chiude con due brevi, paurosi soli. Un veloce soul-funk spruzzato di jazz: avercene. Poi dopo la Zanicchi e prima di Povia, era sfida da giganti.

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I peggiori

Al Bano 3: quasi non c'è da commentare nulla. Al Bano è sé stesso da sempre, solo che per fortuna il Paese un po' cambia. Quel che spaventa è che non c'è nemmeno lo straccio più lontano di una volontà di ricerca e cambiamento: siamo ancora, più o meno, nel 1967. E d'altronde perché mai dovrebbe cambiare, se il suo pubblico è ancora e sempre quello che all'epoca aveva trent'anni?

Sal Da Vinci 2,5: lui canta meglio di Gigi D'Alessio, ha anche una certa, confortante presenza sul palco. Il pezzo – firmato dal cantautore napoletano – non va oltre gli standard cui è abituato: una roba neomelodica di assoluto disgusto armonico, senza capo né coda, costruito su una zuccherosa cantilena amorosa.

Pupo-Belli Yussou Ndour 3: non so davvero a chi diavolo sia venuta la maledetta idea di accroccare questo trio disgraziato. Un martire, evidentemente. O un pazzo. Ndour è imbarazzante, mezza strofetta in italo-senegalese e qualche vocalizzo alla Seven seconds. Terrificante e umiliante per tutti. Belli non ha voce e a Pupo mancano i pacchi. Il pezzo non c'è.

Punti di domanda

Afterhours 6 di stima: è un pezzo dei loro, chi li conosce lo sa bene. Solo che è un pezzo brutto, dei loro. Avrebbero potuto cercare qualcosa di più accessibile, senza scendere a troppi compromessi. Che senso ha dire di voler portare la propria musica, suonare a mezzanotte passata (ma non è colpa loro) ed esser buttati fuori la prima sera? Allora stavi a casa.

Tricarico 5,5: pare di essere allo Zecchino d'oro. Che è poi la cifra naif del povero Tricarico. La sensazione – pur in un testo che gioca sempre molto bene con le parole – è che la formuletta quest'anno abbia stufato.

Francesco Renga 6: sufficienza per una magnifica voce. Ma invece di un pezzo gli hanno scritto un'arietta monomelodica, un'esercizio di stile, un tecnicismo da tre minuti. Per carità: liberissimo, dopo anno di successoni. Però insomma, che strazio.

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