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Scandaletti d'Italia, Audiradio addio

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di Simone Cosimi 

Era ed è ancora uno di quegli scandaletti. Una di quelle tante magagne nascoste nel sottobosco della macchina (anzi, macchinetta) Italia. Del quale avevamo già parlato tempo fa. Adesso, la notizia è da capelli dritti, almeno per gli addetti ai lavori: Audiradio chiude. La società, attiva dal 1988 per la rilevazione dei dati d'ascolto radiofonico e dal 1996 trasformata in una srl, finirà dritta dritta in liquidazione: la frangia dissidente – o meglio, uno dei due gruppi che s'affrontavano da un paio d'anni in consiglio d'amministrazione – composta da Rtl 102.5, Rds e gruppo Finelco non ha approvato il bilancio consuntivo del 2010. Strada obbligata, quella della liquidazione.

D'altronde erano almeno due anni che l'ente non diffondeva alcun dato sugli ascolti radiofonici, bloccato in un impasse clamorosa. Questo a causa di uno stallo in merito ai metodi di rilevazione. Da una parte la Rai, e le radio del gruppo Espresso, oltre a Mondadori con Radio 101 (in un'alleanza davvero singolare), che spingevano per confermare la tecnica dei diari quotidiani da far compilare agli ascoltatori componenti il panel. Dall'altra i dissidenti, appunto, che invece chiedevano a gran voce il ritorno al famigerato Cati, il sistema delle interviste telefoniche utilizzato fino al 2009. Il bilancio, insomma, è stato un semplice casus belli: un campo di battaglia su cui si è giocata la partita degli introiti pubblicitari.

Sì, perché solo in base a un buon numero di dati certi sarebbe stato possibile, soprattutto per le emittenti commerciali, rivendicare agli inserzionisti il proprio (eventuale) successo, com'era iniziato a uscire con le rilevazioni diffuse nel 2009 grazie al Cati. Il fatto è che invece, col metodo dei diari, sembrava che a vincere fossero le reti Rai. Insomma: ciascuno aveva il suo 'sistemone' preferito in base ai risultati che ne uscivano, più o meno felici. Nemmeno gli ultimi a disposizione, costati 7 milioni di euro, sono stati resi noti.

Cosa ne esce? La considerazione che un sistema, per quanto mal tarato, è comunque meglio del far west che rischia d'innescarsi nel mondo dell'etere. A tutto svantaggio delle emittenti più piccole, che rischiano di non avere più i numeri per dimostrare il loro posizionamento, anche a livello di target commerciale. Le conseguenze dirette saranno un travaso piuttosto rapido di pubblicità verso quei bacini che invece, a torto o a ragione, possono dimostrare una certificazione della propria diffusione. Anzitutto la fagocitante televisione. E poi, in misura minore, la carta stampata. Anche se sappiamo bene che l'Auditel fa acqua da tutte le parti e i dati di diffusione di quotidiani e periodici non danno il dato esatto degli effettivi lettori o di quante copie finiscano invendute o al macero. Ma non disperate: in questo caos pubblicitario, c'è sempre qualcuno che ci guadagna.

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