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Se Sanremo canta in dialetto

di Simone Cosimi 

È sempre il solito, trito discorso, che poi si applica a ogni campo dello scibile umano: se certe scelte maturano spontaneamente, sull’onda di un fenomeno culturale o di una sana predisposizione, allora meritano il beneficio dell’analisi. Se invece sono figlie guerce e prepotenti di una precisa volontà propagandistica, allora la musica cambia. E stavolta rischia di cambiare di brutto, se è vera l’anticipazione di Repubblica di oggi sul nuovo regolamento del festival di Sanremo che sarà ufficializzato lunedì: "Le canzoni dovranno essere in lingua italiana – reciterebbe l’articolo 6 del nuovo documento – si considerano appartenenti alla lingua italiana, quali espressione di cultura popolare, canzoni in lingua dialettale italiana e non fa venir meno il requisito dell’appartenenza alla lingua italiana la presenza di parole e/o locuzioni in lingua straniera, purché tali da non snaturare il complessivo carattere italiano del testo". Visto che siamo a un mese da pandori e torroni, verrebbe da esclamare un sonoro "tombola!": per la prima volta in sessanta edizioni, un pezzo potrà essere interamente composto e cantato in napoletano, veneto, savonese, bergamasco o quel diavolo che volete voi. Con somma gioia del presidente leghista del consiglio comunale di Sanremo, Marco Lupi, che lo scorso agosto aveva lanciato l’idea – fatta passare anche in consiglio – di una manifestazione, o una serata della kermesse ligure, riservata agli idiomi dialettali (leggi la news). Spunto prontamente rilanciato dal senatur Umberto Bossi, da sempre specializzato nel riciclo e/o nella sofisticazione ad arte di presunti miti e leggende etniche in chiave nazionalpopolare. Altro che i vichinghi, altro che glocalizzazione: marketing territoriale, chiamiamolo così.

La questione, come sarebbe chiaro anche a uno sbronzo cantastorie marchigiano, è semplice: il regolamento della più seguita e popolare rassegna canora nazionale (perché tale è ancora Sanremo, checché ne dicano i barbosi estimatori di free jazz punk inglese) muta sensibilmente forma. Diciamo che si sottopone a una "revisione", se il termine non fosse scivolosissimo. E lo fa in linea con quanto auspicato e sostenuto da un partito localistico e territoriale, che ha senz'altro tutta la legittimità di sostenere le proprie posizioni ma che per il peso percentuale che riscuote alle elezioni (per altro concentrato in un certo quadrante nazionale) mi pare produca troppo fracasso rispetto a quanto gli spetterebbe. Insomma: politica allo stato puro, non venitemi a parlare di cultura, folklore e tradizioni. La politica ordina, starnazza, pretende, e lo spettacolo mette mano ai propri meccanismi, li calibra in modo da compiacere una logica che sconquassa quel poco che rimane di una solidarietà nazionale ormai logoratissima. Che a ben vedere è l'autentico cancro del paese, più dell’economia, del lavoro, della criminalità: un progetto comune. Ma questa è un'altra (brutta) storia.

Intendiamoci: la musica popolare è uno degli ambiti più ricchi e pesanti che la cultura nazionale si porti appresso. Fior fiore di ricercatori, etnoantropologi e cantautori, soprattutto fino agli anni Settanta, hanno approfondito, scovato e confezionato per il pubblico gemme oscure del camaleontico territorio italico (a dire il vero, presto dimenticati da quello stesso pubblico: quanti rammentano Giovanna Marini, Ivan Della Mea, Gualtiero Bertelli e tanti altri, si chiede giustamente Michele Serra sul quotidiano?). C'è poi chi ha fatto cose egregie con gli idiomi locali, basta pensare a Fabrizio De André, ai Tazenda del compianto Andrea Parodi, a certo filone partenopeo. Non certo a Nino D’Angelo, che infatti si dice d’accordo con l’iniziativa di Bossi, aggiungendo che "è giusto che queste lingue ritrovino importanza".

Ecco l’inghippo, l’asino che casca in pieno volo, la mestizia politichese che certi personaggi si ostinano a non (voler) cogliere: ma quale importanza, quale centralità ai dialetti, ciarle al vento. Il progetto è più ampio, ed è chirurgico: prima l’ampolla del Po, poi Miss Padania, la nazionale padana di calcio e via pecorecciando fra polente e ragazzine bardate di verde convinte che Bassano del Grappa sia il centro del mondo. Tutti strumenti per puntare alla visibilità, per disegnare una presunta identità culturale da spendere e spandere poi nell’agone romano delle leggi, dei delicati equilibri, delle divisioni di potere. Adesso anche Sanremo, che aveva saputo offrire splendidi esempi di pezzi dialettali (senza la necessità di dover essere pedantemente recitati dall’inizio alla fine in barbaricino) rischia di finire nel sempre più capiente cesto degli attrezzi leghisti.

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