Excite

Se Sanremo non serve più a niente

Parliamoci chiaramente. Non ci aspettiamo nulla da questo cinquantanovesimo festival di Sanremo. Proprio nulla. Cosa volete che possa aggiungere un Povia alla (nonostante tutto) dignotosa storia della canzone italiana? Zero. Sotto zero. Stesso dicasi per un'Alexia e un urticante trio Pupo-Belli-Youssou Ndour, non o se più umiliante per noi o per loro. Intendiamoci: nulla di personale, ci mancherebbe. Stavolta sono capitati questi sventurati, l'anno scorso erano stati pescati degli altri figuri.

Un segnale dell'assoluta insignificanza dell'aspetto artistico – sembra un paradosso, ma è così – è proprio il montare insensato delle polemiche, che s'annidano ormai su ogni assoluta inezia pseudo-musicale che possa valere un lancio d'agenzia e qualche spicciolo a qualche disgraziato giornalista. Il che, se volete, manifesta la vera faccia del carrozzone sanremese: ancora troppo pochi stentano a capire che si tratta né più né meno di un programma televisivo. Punto. Ma punto davvero. E a capo. Un programma televisivo che, oltre tutto, soffre di una seria anomalia: da una parte ha da tempo perduto ogni autentica velleità artistica (ditemi perché invitare puntualmente Al Bano, che artisticamente non ha più nulla da dire da un quarto di secolo) e dall'altra non può puntare sulla serialità, sull'appuntamento settimanale, sulla logica del lungo periodo. Sulla carta vincente della tv, insomma. Per certi versi, anche X Factor gli è superiore, represent direbbero gli inglesi, offre uno spaccato di una qualche realtà: un concorso canoro per giovani talenti accompagnati nel lavoro settimanale da un gruppo di produttori. Quantomeno non c'è (troppa) spocchia e, soprattutto, al centro rimane – pur trattandosi anche in quel caso di un format televisivo mondiale – la musica. Non a caso molti artisti, autori e addetti ai lavori lo seguono con curiosità e attenzione, perché – luccicante e drogato quanto volete – è comunque un cantiere, uno sguardo attento su alcune nuove promesse, una roba che suona autentica o almeno cerca di truccarsi tale. E che, a parte i capelli dei Farias, parla di musica, vive di musica, non perde il timone e su un impianto televisivo semplicissimo puntella una serie di esibizioni canore. Fine. Ci mettono gli ospiti ma X Factor ha vissuto e vivrebbe anche di suo.

Il rapporto non regge, mi si dirà. Il solito cialtrone della domenica. Sono programmi diversi. Ecco, beccati in castagna, l'avete detto: sono programmi diversi. Programmi televisivi. Scanditevela quella parola: pro-gram-mi. Non festival della canzone italiota o come diavolo si chiamano. Anche perché se così fosse, se qualcosa si volesse presentare, avremmo almeno una rappresentanza un po' più folta della nuova scena italiana, non solo i nonni Afterhours che dopo vent'anni di carriera fanno capolino all'Ariston con in mano un cd pieno della gente che vi dico qui appresso. Velleità autoriali e creatività genuina stanno infatti prendendo nuove strade e nuovi linguaggi, da anni trovano casa in altri luoghi che molti giovani – e parte della stampa, anche se con enormi difficoltà – per fortuna iniziano a scoprire. Gente come Dente, come Moltheni, come Le luci della centrale elettrica. Chi? mi direte. Poveri voi, non si può certo farvene una colpa se vi intasano il cervello col numero di festival ai quali ha partecipato Iva Zanicchi (ah, quanto ci manca Ok il prezzo è giusto) o cosa ha mangiato a cena Marco Carta. Comunque non mi interessa farvi adesso l'identikit: basti sapere che c'è altro. C'è molto altro (di valido). Anzi: è ormai Sanremo a costituire la minoranza chiassosa e ingessata che, in virtù di interessi, major e baracconi che è più difficile cambiare che portare avanti, ostruisce ogni sfogo. Il Paese è reale. Il Paese è lì fuori. Dopodiché tutti liberissimi di ficcarsi all'Ariston o davanti alla tv per cinque, barbosissime serate a chiedersi se Paolo Bonolis meriti o no una cifra che in vita vostra non raggiungerete nemmeno sommando i redditi di nipoti, cugini e consuocere: ma non veniteci a cantilenare la solita solfa che Sanremo è lo specchio del Paese. Sarà lo specchio di casa vostra.

E allora le parole di ieri di Fabrizio Del Noce non possono che suonare liberatorie, a chi creda che si tratti di un brutto, farraginoso e costosissimo programma televisivo: "Parliamoci chiaro: o arriveranno i risultati quest'anno o dovremo ufficializzare la crisi di questo evento". La crisi c'è da almeno dieci anni, caro direttore. È una crisi artistica, di mercato, televisiva, morale mi verrebbe da dire. D'altronde è una caratteristica tutta italiana quella di erigere dei totem intoccabili e accapigliarsi ai loro piedi fra chi tenta di buttarli giù e chi tenta di difenderli. Sanremo è uno di questi.

Rimane un cruccio. Se avessimo più cultura musicale, se nelle scuole si insegnasse a suonare qualche strumento e a leggere (leggere) la musica, se nei circuiti radiofonici ci fosse più scelta (tutto dev'esserci, il discrimine è la scelta), allora forse Sanremo sarebbe già morto da qualche tempo. Pacatamente, come direbbe un politico in disgrazia proprio in queste ore. Con grande naturalezza, perché tutto nasce e tutto muore e l'accanimento terapeutico, in particolare televisivo, sfocia nell'oscenità. Con buona pace di tutte le cariatidi, i nani, le ballerine, gli imitatori e i presentatori che si radunano attorno al suo tavolo d'obitorio per spartirsi le spoglie di un evento che ormai non è più carne né pesce. È solo muffa.

musica.excite.it fa parte del Canale Blogo Entertainment - Excite Network Copyright ©1995 - 2017