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Simone Cristicchi: "Canto la grande famiglia dell'umanità", l'intervista di Excite

  • simonecristicchi.it

di Antonella Dilorenzo

Piacere e divertimento.
Sono queste le due parole più volte citate, anche con grande pathos, da un artista “di altri tempi”, molto versatile, capace di unire ingegnosità, come la musica e il teatro, mescolarle con la sensibilità e l'umanità che lo contraddistinguono e far nascere una nuova arte, dove piacere e divertimento prendono forma.
Simone Cristicchi è un artista di quelli che del suo lavoro non ne ha fatto un mestiere, ma un modo di vivere, dove quel piacere e quel divertimento, sono l'anima e la fonte delle sue canzoni, delle sue esibizioni. In questa intervista per Excite, ci racconta delle sue passioni, dell'ultimo disco, “Album di famiglia”, del nuovo spettacolo teatrale, saltellando tra politica, crisi e ricordi.

Guarda il video di Simone Cristicchi al Festival di Sanremo 2013

Ho ascoltato il tuo album. Se dovessi definirlo con un aggettivo direi che è molto “dolce”. Sei un romanticone?

Più che romanticone, diciamo che questo disco è venuto, come definisci tu, “dolce”, accogliente perchè è stato fatto in una condizione priva di stress, priva di pressioni, in grande libertà: è stato registrato dentro casa, in uno studio che mi sono costruito appositamente per questo album. Abbiamo trasferito in casa tutto il materiale per poter realizzare questa cosa in santa pace senza dover sottostare a degli orari come di solito si fa negli studi di registrazione. Tutti i musicisti erano a casa mia, mangiavamo insieme, la mattina si faceva colazione e tutto questo si è riversato probabilmente nell'atmosfera dell'album e anche nell'ispirazione che è venuta nello scrivere, poi, queste canzoni, più melodiche rispetto al passato.

Per le sonorità, per la dolcezza con cui la interpreti e per i contenuti molto sobri nel raccontare l'amore, ma anche la morte, la tua sembra una canzone d'altri tempi. Sei un po' un “nostalgico-vintage”, musicalmente parlando?

(Ride, ndr) E' sicuramente il primo disco dove ho adottato, se vogliamo, un unico stile di arrangiamento, nel senso che, mentre negli altri mi sono divertito a giocare con i vari generi musicali dalla samba, alla bossa nova, alla musica da camera, all' hip hop, in questo disco credo di aver messo a fuoco una modalità di arrangiamento diversa, di aver scelto degli strumenti che meglio si prestavano al racconto di queste storie; poi tutto, probabilmente, nasce dal fatto che tutte queste canzoni le ho scritte al pianoforte ed è la prima volta che mi capita di scrivere con un piano. Il pianoforte è uno strumento che ti suggerisce delle atmosfere particolari, più dolci, più melodiche, ecco perchè, ripensandoci, forse è venuto fuori un disco un po' più omogeneo rispetto agli altri.

“Album di famiglia”. Perchè questo titolo?

Inizialmente mi ricordava quegli album di fotografie che ognuno di noi ha, soprattutto i nostri genitori. Oggi abbiamo le cartelle dei nostri hard disk piene di foto digitali, invece una volta si faceva l'album di foto. Stanno diventando dei reperti. Anche questa dei vecchi album di famiglia è una cosa nostalgica (sorride, ndr). Mi piaceva un po' il discorso che ogni canzone fosse una fotografia musicale a sé di un personaggio, di un momento, ecco nell'album ci sono personaggi come Laura Antonelli, personaggi esistenti, e poi “Album di famiglia” ci calza a pennello perchè racconto un po' di vicende legate a quella che io chiamo “la grande famiglia dell'umanità”, quella degli umili, delle persone nascoste dietro le pieghe della storia, come gli immigrati italiani, gli esuli dell'Istria, i bambini abbandonati, insomma tutte quelle persone che vengono attraversate, a volte, con violenza dalla vita.

Qual è l'obiettivo di questo album, a chi è rivolto?

L'obiettivo per me raggiunto è quello di essere riuscito a tornare a scrivere canzoni perchè in questi tre anni e mezzo ho fatto soprattutto teatro, molti monologhi, spettacoli di teatro di narrazione, di teatro civile in cui raccontavo degli episodi della Seconda Guerra Mondiale in particolare, e quindi questo mi ha portato un po' lontano dalla scrittura della canzoni. Dunque, per me il risultato è stato quello di ritornare alla canzone che è il mio primo amore, la prima canzone in assoluto che ho scritto è stata proprio “Laura”, quella dedicata a Laura Antonelli.

Nei tuoi lavori musicali ci sono molti riferimenti ad avvenimenti del passato. Cosa rappresenta per te il passato? O meglio, cosa significa per te tenere viva la memoria storica?

Questa è una passione nata nel 2006 quando ho cominciato a fare ricerche di storie orali, intervistando le persone, in particolare quelle che mi hanno raccontato la storia dei manicomi, da lì un progetto che è sfociato in “Ti regalerò una rosa”, poi un documentario etc. Lì ho percepito questo grande patrimonio che è il nostro passato, la memoria, che è qualcosa che sento di dover, in qualche modo, preservare. Prima di tutto è proprio un'attitudine mia, quella della grande curiosità verso le storie di ogni persona. Ognuno di noi è il contenitore di tante storie, spesso le vogliamo rimuovere, ma rimangono dentro di noi, si stratificano.
Sono andato ad intervistare , due anni fa, i protagonisti, quelli che avevano vissuto la seconda guerra mondiale, sono stato a contatto con gli anziani e percepito che molto spesso la memoria è una ricchezza da cui imparare, non solodei fatti storici ma anche come l'uomo si rapporta alle altre persone. L'esempio più plateale che funge da amplificatore dell'emotività dell'uomo è stata proprio la guerra in cui ogni sentimento diventa sproporzionato, si amplifica, diventa enorme. La seconda guerra mondiale come il manicomio sono dei luoghi, degli eventi che hanno delle dinamiche fuori dal comune e anche questa è una cosa che mi interessa molto.

Più volti parli della morte, sfiori l'argomento, oppure ne parli apertamente nelle tue canzoni. Cosa rappresenta per te? Come l'affronti?

Anche io rimango stupito dal fatto che ho parlato molto di questo argomento. Sono ancora abbastanza giovane, ho 36 anni (sorride, ndr), probabilmente più ci si avvicina alla metà della propria vita e più si comincia a riflettere su questo, soprattutto su quello che ci lasciamo alle spalle. Ecco perchè parlo della morte, spesso mentre siamo in vita non ci accorgiamo di tante cose, non diamo peso al tempo che passa, cerchiamo di scansare quest'idea che è un tabù, ci costringe a fare scongiuri. Posso dire che passare una giornata intera in un cimitero, come è capitato a me nella realizzazione del video (“La prima volta che sono morto”, ndr), è stata una cosa molto bella perchè mi ha fatto riflettere sulla grande fortuna che ho, che abbiamo, nell'essere prima di tutti vivi e in salute, e secondo, poi, mi ha fatto riflettere su quanta gente è venuta prima di noi e mi sono chiesto se tutte queste persone abbiano vissuto intensamente la propria vita o se se la sono lasciata scivolare addosso sbadatamente

Hai paura della morte?

Guarda, un pochino si, come tutti. Più che altro mi fa paura l'ignoto, mi fa paura che ci può essere dopo. Io sono possibilista, ottimista, penso che ci sia qualcos'altro, non so ancora definire cosa, mi sembrerebbe un po' uno spreco tutta questa bellezza che poi va a morire, no? (sorride,ndr) A morire nel nulla, poi.

“Cigarettes”, una canzone di “Album di famiglia”, affronta il tema dell'immigrazione. Se fossi un politico, come risolveresti questo problema in Italia? Che consiglio daresti?

Hai detto giusto, non sono un politico ma la mia idea ce l'ho. Credo che gli extracomunitari, quelli che lavorano, siano delle persone oneste e una grande risorsa per il nostro paese e quindi andrebbero tutelati al pari degli italiani, anche perchè non è che stiamo parlando di un'invasione barbarica o di un'orda di persone che si riversa nel nostro paese, parliamo di gente numericamente molto minore rispetto a quanto ci vogliono far credere. Sono persone che scappano dalla propria terra, scappano dalla morte , una situazione di precariato assoluto che in confronto a quella che viviamo noi è molto più drammatica. Credo che debba esserci una cultura della solidarietà, proprio guardando anche al nostro passato, non così distante, 100 anni fa è accaduta la stessa cosa a noi.

Visto che siamo in tema, entreresti in politica? Te l'hanno mai chiesto?

No, io non credo di essere preparato per questo. Faccio politica in un altro modo occupandomi, ecco come ti dicevo prima, di spettacoli sulla memoria che può arrivare anche ai giovani, anzi molto spesso vengono i giovani a vedermi a teatro. Anche una canzone,uno spettacolo teatrale può diventare una cosa politica. A livello di diventare politico sì, mi hanno fatto delle proposte, soprattutto da sinistra, ma ho gentilmente evitato.

Un musicista sente la crisi? In cosa la vede, se la vede?

Ci sono dei musicisti in Italia che non vedono la crisi, son quelli che riempiono gli stadi, per capirci. Ci sono, poi, una serie di artisti che brancolano a metà, diciamo (ride, ndr) Io ho la fortuna di essermi costruito un percorso che mi permette di vivere anche senza la musica, pur essendo principalmente un cantautore. Con il teatro, i vari progetti paralleli che ho, i libri che ho pubblicato, riesco a sfangarla tranquillamente. Rimane in me il divertimento, non è la voglia di fare concerti, andare in giro per guadagnare soldi , accumulare grandi cifre, mi basta quello che ho, il pubblico che ho e quindi la crisi la vedo relativamente anche perchè, ti ripeto, con questi progetti che ho in piedi non mi fermo mai. É chiaro che vedo in giro che ci sono sempre meno soldi, che i Comuni hanno meno soldi per realizzare gli spettacoli e non si mette in crisi solo l'artista lì, ma tutta una serie di persone che lavorano dietro le quinte, i tecnici, i fonici, i datori luce e a questo tema ho dedicato la canzone che chiude il disco che s'intitola “Il Sipario” che parla proprio del teatro in particolare, che in questo momento rischia moltissimo in Italia.

Il tuo primo interesse artistico è stato il fumetto. Riesce a convivere con la musica nella tua arte o l'hai abbandonato?

Quando avevo 18 anni facevo i fumetti, poi dopo 18 anni sono passato alle canzoni.

Come ci abbini il teatro in questo “schizzo” musicale?

Il teatro va ad influire molto sui miei concerti, in cui non propongo una canzone dietro l'altra come fanno tutti. Mi diverto a creare della gag teatrali anche con i musicisti sul palco, mi diverto a recitare monologhi, poesie, ad interpretare diversi personaggi cambiando abito. In questo nuovo concerto che farò a Roma il 24 aprile, ad esempio, sono previste, a parte delle scenografie, dei personaggi che andrò ad interpretare tra una canzone e l'altra e mi diverto moltissimo a creare un concerto così che abbia un ritmo molto teatrale.

Ti ispiri a Giorgio Gaber e al “teatro canzone” di quel periodo lì, ma in chiave attuale?

Si, diciamo che la lezione di Gaber è servita moltissimo proprio per questo motivo di alternanza di monologhi e canzoni, poi ognuno è libero di interpretarla a modo proprio. Io ho trasformato questa invenzione di Gaber con qualcosa di più personale con lo spettacolo “Mio nonno è morto in guerra” che è una specie di musical civile dove si raccontano le storie della seconda guerra mondiale con le canzoni scelte da repertorio mio e di altri artisti. Ho dato il via a questo mio nuovo percorso che potrebbe ricordare Gaber, anche se lui si concentrava sull'attualità, a me piace raccontare le cose del passato.

Quando si fanno delle interviste a volte si conclude la conversazione un po' delusi per quella domanda mancata. Ecco, ora dimmi la domanda che avresti voluto ascoltare da me o qualcosa di cui avresti voluto parlarmi.

Ti posso dire che mi piacerebbe parlare di questo mio nuovo progetto “Magazzino 18” che debutta il 22 ottobre al Teatro Rossetti di Trieste, dedicato agli esuli dell'Istria e all'esodo degli italiani dell'Istria. La canzone “Magazzino 18” del disco, è la prima canzone che ho scritto sull'argomento. Anche questo è uno spettacolo che va a chiudere una trilogia sulla seconda guerra mondiale che ho cominciato nel 2010. Sarà uno spettacolo molto importante, prodotto dal Teatro Stabile del Friuli, per un romano già questa è una particolarità! E' la storia dell'esodo dell'Istria, delle foibe, un argomento ancora oggi al centro di scontri politici ed ideologici, sono contento di parlarne visto che per 60 anni è stato dimenticato, fino a quando non è stata istituita la “Giornata del ricordo”. E' un qualcosa che mi piace particolarmente. E poi dal 24 aprile in poi sarò in giro con “Concerto di famiglia”.

Grazie Simone!

Grazie, ciao!

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