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Spoon - Ga Ga Ga Ga Ga

Etichetta: Merge Rec. - Voto: 6.5
Brano migliore: Finer Feelings

Vi dico subito che un passo avanti gli Spoon l’hanno fatto.
Principalmente nella grafica. Se be ricordate, la copertina di Gimme Friction era una delle peggiori dell’anno scorso, mentre quella di Ga Ga Ga Ga Ga (familiarmente Ga5), sebbene mi sfugga l’attinenza (ma chi se ne frega?), è piuttosto bella. Quello che si vede è uno scatto fatto a Lee Bontecou mentre lavora nel suo studio (da Wikipedia scopro che la foto è del 1963 ed è opera dell’italiano Ugo Mulas).

Il contenuto del disco, invece, riserva poche sorprese: siamo sempre in bilico tra i mostri sacri del brit-rock anni 60 (gli eterni Beatles e Stones ma anche qualche spruzzata di Animals e Them) che fanno a gara per manifestarsi dietro ad ogni accordo e che probabilmente dalle loro parti (Austin, Texas) suonano molto più esotici che da noi.

Ma non saltate a conclusioni: alcuni pezzi sono ottimi ed in generale tutti sono mediamente gradevoli (con l’eccezione di The Ghost of your Linger, bruttarella nella sua pretenziosità) e si lasciano ascoltare con piacere. L’impianto strumentale è semplice e puro: chitarre, basso, batteria. Tastiere solo quando è necessario e quasi sempre di carattere analogico o acustico.

Spoon, tecnicamente parlando, hanno capacità certamente invidiabili ed anche una buona dose di ironia che non guasta mai. In questo senso parla da sola l’ottima Finer Feelings che mi sembra, oltre che il pezzo più riuscito dell’album, anche la dimostrazione che certe attitudini stonesiane possono essere riadattate al servizio di qualcosa di furbescamente fresco. La sua andatura scanzonata e i suoi cambi di direzione sono sempre riportati nei ranghi da una melodia accattivante e uno di quei ritornelloni potenti che non ti togli dalla mente nemmeno con la trielina.

Non sono male nemmeno Rhythm & Soul (che, come immaginerete dal titolo, rievoca certe sonorità del BlueEyed Soul del passato) e Eddie’s Ragga che omaggia lo sgangherato modo di suonare il reggae dei Clash.
Ciò che rimane sempre in sospeso è la possibilità di inquadrare Spoon nella giusta dimensione. In poche parole sembrano troppo leggeri per ottenere consensi dallo snobissimo fan dell’indie rock ma non sono, d’altro canto, sufficientemente glamour per finire nelle Top10. Una dimensione, si direbbe, profondamente cercata e perseguita che lascia un po’ sgomenti di fronte ad un gruppo che pare accontentarsi dei risultati ottenuti col minimo sforzo per lasciarci con l’impressione che sarebbe davvero solo un piccolo rischio in più a farli diventare una grande band.



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