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The Good, The Bad And The Queen /2

Etichetta: Parlophone - Voto:6.5
Brano migliore: Herculean

Ammesso che il disco non è male, la prima cosa che viene da chiedersi è: "Ma c’era davvero bisogno di strillare al supergruppo?".
Nonostante quello che si racconta (le canzoni nate dal sodalizio dei musicisti ecc...), questo sembra a tutti gli effetti un album solista di Damon Albarn. L’album in cui una delle più floride menti del pop inglese degli ultimi decenni ha deciso di tirare fuori tutto quanto non avrebbe mai potuto incidere né con Blur né (men che meno) con Gorillaz e per farlo s’è fatto aiutare da alcuni musicisti già famosi per altre attività.

Quello di GBQ è un suono che Damon colloca in un punto ancora diverso pur mantenendo, come comune denominatore, un songwriting tra i più riconoscibili della moderna musica inglese.
Paul Simonon, che torna in grande stile a far parte di un gruppo dopo molti anni di assenza, ma anche Tony Allen e Simon Tong, sembrano (sicuramente senza esserlo) semplici gregari, poco più di normali session men per il lavoro di Albarn.

Forse la presenza dell’ex bassista di The Clash muove un po’ di tenerezza nei nostalgici della musica impegnata degli anni 80 e, a ben sentire, qualche invettiva antibellica (A soldier’s Tale) e le molte divagazioni sociali e politiche delle canzoni dell’album, si rifanno a piene mani al periodo più impegnato della band di Jones e Strummer. Solo come riferimento, però.
Albarn non permette a nessuno dei comprimari di allargarsi troppo, pervadendo in maniera quasi eccessiva i brani del disco.

La musica è facilmente descrivibile come un folk-pop con influenze etniche di vario genere e qualche accenno di reggae/dub da buona scuola inglese. Le canzoni sono tutte piuttosto soft, mai urlate e suonate con immediatezza e libertà.
Alcune sembra siano state registrate in presa diretta in poche ore per poi, in fase di post produzione (affidata a quel Danger Mouse che tanto scemo non è), si sia lavorato di mixer e cesello (leggi Pro Tools). E chissà che le cose non siano andate davvero in questo modo.

La sensazione globale è quella di un album che, malgrado le buone intenzioni e le ottime canzoncine, non riesce a decollare. Si attende per oltre 40 minuti senza che il livello arrivi in alto come i nomi coinvolti nell’operazione sarebbero in grado di fare.
Una certa delusione, a fine ascolto, ci costringe a rimettere il disco daccapo per cercare di cogliere qualcosa che inevitabilmente deve esserci sfuggito. Qualcosa che proietta GBQ in un mondo parallelo dove non c’è bisogno di un hit per imporre il proprio pensiero e la propria voglia di fare musica e dove è necessario ascoltare più a fondo per far uscire l’anima che è stata messa nelle registrazioni. Ecco allora che qualche pezzo comincia a venire fuori. E se bombe come “Song2” o “Clint Eastwood” non ci sono, sicuramente non sarà difficile affezionarsi a Herculean (che, saggiamente, Albarn ha pubblicato come singolo promozionale), a Behind The Sun dal sapore beatlesiano o magari a Green Fields, curiosamente tra Simon & Garfunkel e Morricone.

Tutto questo, ammettiamolo, fa a botte col rumore promozionale che è stato fatto attorno ad un album che, probabilmente, soffre proprio di questo.
Mentre scrivo queste righe, il disco sta suonando per l’ennesima volta e di nuovo cerco di immaginarlo svuotato di tutti gli inutili reverberi e sovraincisioni di cui abbonda, senza riuscire a togliermi dalla mente che ne guadagnerebbe moltissimo.
Chissà, forse nella versione “DeLuxe”, tra qualche anno.

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