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The Horrors - Strange House

Etichetta: Loog - Voto: 6.5
Brano migliore: Gloves

Se c’è una cosa che infastidisce in egual misura i critici e i musicisti è la necessità di sviscerare decine e decine di nomi di vecchie band per parlare di una nuova.
Il critico, spesso, lo fa per parlarne bene ma ancora più spesso per dire “occhio che se vi piace ‘sta roba, gli strokaz la suonavano meglio nel 74”.
Le band, invece, solitamente si risentono forti della convinzione (sempre!) d’essere artefici di un suono nuovissimo o, almeno, molto personale.

Per The Horrors, mi spiace, ma sarò costretto a fare ciò che fanno tutti quanti gli altri miei colleghi (anche quelli che li pagano) scrivendo che copiano a man bassa.
Se vogliamo leggere anche qualche accezione positiva, si può dire che il loro copiare ha il pregio di limitarsi a un raggio ben definito di influenze che vanno dalle garage-band da B-Movie degli anni 60, fino ai loro emuli degli anni 80 e 90.
Qualche nome? Beh, i soliti: The Electric Prunes, The Standells, The Kingsmen, Chocolate Watchband per citare I maestri del passato oppure The Cramps, The Fuzztones, The Mummies, The Nomads per fare alcuni nomi dei maggiori revivalisti nati negli anni 70/80.

Quindi cosa c’è in Strange House? Beh, farei prima a dirvi cosa non c’è!
In effetti il piatto è condito bene e non manca nulla: c’è l’organo Hammond indiavolato, ci sono le chitarre Fuzz, c’è una ritmica sostenuta e selvaggia sotto a mugolii, grida e proclami satanici all’acqua di rose (in senso buono). Ma. Ogni ingrediente è appiccicato con la Coccoina. Talmente posticcio e malfermo da tradire un’intenzionale iter produttivo sontuosamente bislacco.

Sì, insomma, pur non essendo affatto male, questo disco rende difficile immaginare quale potesse essere il target pensato da James “Loog” Oldham, il discografico, nel momento in cui ha deciso di realizzarlo. Ora che in Gran Bretagna funzionano band totalmente agli antipodi, The Horrors escono con un album che sembra fatto per nostalgici del punk americano degli anni 60 e che invece viene promosso come la bomba a orologeria per la nuova generazione britannica.

Il fatto che si apra con una cover di Link Wray (Jack The Ripper) mette immediatamente le carte in tavola sulla direzione del lavoro e ci indirizza inevitabilmente sul modo di affrontarlo.
Sheena is a Parasite, il primo singolo uscito qualche mese fa e che ha convinto Chris Cunningham a tornare a dirigere un videoclip dopo anni di assenza, non aggiunge altro: sembra un pezzo dei Joy Division, suonato dai Fuzztones con la produzione di Brian Eno. Come dite? Siete disorientati? In effetti, lo capisco ma vi assicuro che la descrizione è calzante.

Il nuovo singolo Gloves e la conseguente Excellent Choice alleggeriscono un po’ i toni e, soprattutto, tradiscono l’origine inglese di questi cinque ragazzini mettendo in scena una sorta di pastiche hard-brit-pop-rock che fa pensare ai PULP per la prima e a The Fall per la seconda (e cercate di essere indulgenti quando vi verrà naturale pronunciare la parola “plagio”).
La recensione potrebbe continuare a scavare tra le canzoni del disco alla ricerca di altri punti di riferimento ma preferisco lasciarveli scoprire da soli.
In fondo l’operazione non vi sarà sgradita.

L'album scorre piacevolmente, tra rimandi Hammond-beat e strilli degni di Screaming Jay Hawskins a svelare la complicità di Jim Sclavunos (Sonic Youth, The Cramps, Bad Seeds…) tra le fila degli addetti alla realizzazione (eh, sì, al plurale) di questo prodotto discografico.

La sensazione, cari miei, è proprio che di prodotto (scritto in corsivo) si tratti. Che qualcuno abbia pensato di buttare nella mischia del brit-pop più patinato, questo gruppetto dall’aspetto scapigliato e rozzo con il preciso scopo di triturarlo e ben condirlo per offrircelo in pasto come un panino di McDonald’s. Preparatevi, dunque: probabilmente avremo un riciclo di chitarre VOX, vecchi ampli valvolari aggiustati con lo scotch, batterie Ludwig e scadenti pianole Farfisa, pronte ad essere maltrattate da una nuova ondata di gruppetti sixties oriented.
E visto che la ricetta funziona ancora piuttosto bene, viene da pensare che Gianni Minà avesse ragione quando diceva che quegli anni erano mitici ma che, al contempo, si sbagliasse di grosso quando diceva che erano irripetibili.
QUI la divertente recensione di Luca.

Qui sotto, invece, il video di Sheena is a Parasite, diretto da Chis Cunningham.


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