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The Magnetic Fields - Distortion

Etichetta: Nonesuch - Voto: 5
Brano migliore: California Girls


Stephin Merritt, mente e genio di The Magnetic Fields, da qualche anno in qua ama fare dischi a tema. Prima c’è stato 69 Love Songs (triplo CD con, appunto, 69 canzoni d’amore), poi venne i (album di tre anni fa in cui il titolo d’ogni pezzo inizia con la lettera i) ed ora è la volta del distorsore. Ebbene sì, la Distortion del titolo fa riferimento proprio al più famoso pedale del rock. Io dico: provare, per una volta, a sfruttare un indiscusso talento in funzione solo della creazione di belle canzoncine, non sarebbe stato meglio?

Questo disco non mi piace. Quello che non mi piace in modo particolare è l’evidente mancanza di spontaneità. Merritt è sicuramente geniale; ed è proprio la sua genialità che lo ha portato, questa volta, a calcare troppo la mano sugli aspetti produttivi a discapito di quelli più naturalmente musicali. La mia convinzione è che molte delle canzoni di Distortion nascondano piccoli gioiellini di scrittura musicale come non se ne sentivano da tempo… ed ecco la mia domanda: Perché nasconderli? Perché camuffarli saturandoli di feedback e ronzio solo in virtù del titolo dell'album?

Talvolta sembra che l’effetto distorto sia stato proprio applicato. Come a sostenere che alcune canzoni siano nate senza ed abbiano subito il trattamento in un secondo momento. Magari quando a Merritt, che forse non aveva avuto altre idee per raggruppare i pezzi sotto un’unica egida, sia apparsa in sogno questa balzana idea. Il giochino, in effetti è divertente e piacevole per i primi tre pezzi. Dal quarto comincia a diventare stucchevole, verso l’ottavo la voglia di cambiare CD trascende ogni controllo.

Quando venti anni fa (qualcosina in più: era il 1985) The Jesus & Mary Chain aggiunsero intenzionalmente al missaggio di Psychocandy due tracce solo con le mandate effetti dell’Overdrive, l’effetto fu sorprendente: canzoncine di costruzione beat, con evidenti riferimenti alle composizioni di The Velvet Underground e Beach Boys, saturate da un suono sporco e molesto che lasciò tutti a bocca spalancata in una sorta di ammirazione mista a fascino. Ma, appunto, sono passati più di vent’anni e se quel suono non s’era mai sentito prima, di certo mai si sarebbe più dovuto sentire dopo. Gli stessi J&MC, nell’affrontare il secondo album, Darklands, rinunciarono a quella caratteristica (pur tuttavia senza rimetterci nulla in quanto a originalità).

E se nel 2008 far rivivere quelle atmosfere sembra un’idea carina e divertente per una canzone, faccio davvero fatica ad apprezzare l’insistenza di Merritt nel propormi fischi e rumori su ogni singolo minuto del disco. Un peccato perché, ripeto, alcune canzoni nascondono veramente qualcosa di molto interessante che giocano su un telaio di citazioni colte (da The Velvet Underground ai Suicide fino a My Bloody Valentine e, appunto, The Jesus and Mary Chain) raggelate e rinvigorite dalla composizione di Merritt e dal sapiente lavoro del resto della band e poi soffocate da quel pedante sovrappiù...

Distortion non è un disco spontaneo sebbene forse a The Magnetic Fields la spontaneità non sia richiesta. Come a dire che probabilmente sono io che ho frainteso. Quello che mi sembrava del fresco pop d’autore era invece l’opera di un fine cesellatore pronto a smontare e e rimontare le scuole compositive dei maestri del passato… Ciò che è fuori discussione è il grande numero di affezionati di cui gode il gruppo. Me ne rendo conto leggendo le entusiastiche recensioni riservate dalla stampa specializzata anche ad un disco mediocre come questo ed ancora di più vedendo quanti attestati di stima e rispetto sono rivolti a Stephin Merrit in giro per la Rete.

Stima e rispetto che sono anche quelli del sottoscritto, sicuro della buona fede dell’autore e che si augura, mentre ripone Distortion sullo scaffale per lasciarcelo, di ritrovare presto l’inusitata freschezza cui The Magnetic Fields ci avevano abituati.


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